Chi ha paura del MUOS?

Tratto da http://en.wikipedia.org/wiki/File:MUOS_construction.jpg

Un nostro ascoltatore, Stefano C., qualche tempo fa mi aveva chiesto un approfondimento su MUOS. Siccome l’argomento è abbastanza sentito e permette di chiarire alcune questioni controverse, ho approfondito la questione.

 

MUOS (Mobile User Objective System) è un sistema per comunicazioni satellitari ad altissima frequenza (UHF) composto da 4 satelliti in orbita e 4 stazioni di terra. L’utilizzo di MUOS sarà esclusiva del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e servirà per permettere comunicazioni e scambio di dati a postazioni aeree, marittime o terrestri in ogni parte del mondo.

Le 4 stazioni di terra sono in costruzione in Australia, Hawaii, Virginia (Stati Uniti) e Sicilia.

Quest’ultimo sito, in costruzione a Niscemi presso una struttura già esistente, la Naval Radio Transmitter Facility (NRTF), ha sollevato parecchie polemiche a causa della preoccupazione dei cittadini nei confronti delle possibili emissioni elettromagnetiche, che si andrebbero a sommare a quelle già attualmente emesse da NRTF.

Lo scopo di questo articolo non è quello di giudicare o difendere la costruzione della stazione MUOS in Italia. Personalmente ritengo che un sistema militare di comunicazioni satellitari non sia una delle priorità del nostro paese e forse non dovrebbe esserlo per nessun paese.

Inoltre questo testo non può e non vuole analizzare tutte le possibili conseguenze dell’installazione come inquinamento ambientale, permessi di costruzione o altre questioni collaterali. Questo articolo vuole solo occuparsi scientificamente della questione dell’inquinamento elettromagnetico.
Spesso queste preoccupazioni trovano fondamento nelle paure della gente per l’ignoto, tuttavia in questo caso c’è un documento dell’Università di Torino, scritto da un autorevole esperto di radioprotezione, il prof. Zucchetti, che sembra dare ragione ai timori degli abitanti di Niscemi.

Ho chiesto una dettagliata analisi del documento a Gianni Comoretto, dell’Osservatorio Astronomico di Arcetri, nostro ascoltatore e collaboratore, oltre che esperto di radiofrequenze, ecco la sua risposta:

“La relazione, letta da una persona che con le onde elettromagnetiche ci lavora da un vita, lascia quantomeno perplessi. E’ bene precisare che buona parte delle critiche mosse dal documento del Politecnico riguardano l’installazione militare già esistente e solo in un secondo momento vengono presi in considerazione i presunti pericoli derivanti dal completamento di MUOS.

Proverò qui ad elencare queste perplessità, e ad argomentarle poi in dettaglio:

  • I documenti esaminati nella perizia (misure effettuate dall’ARPA) sull’attuale installazione mostrano che i limiti di legge italiani sono sempre rispettati. Ma viene considerato un rischio anche il fatto che questi limiti vengano avvicinati, nonostante i limiti contengono sempre dei robusti fattori di sicurezza.
  • Si vuole applicare i limiti di legge anche all’antenna a 45 Khz, non considerata nel rapporto dell’ARPA e non collegata al progetto MUOS. Tuttavia i limiti (di 6 V/m) non si applicano a queste frequenze, in quanto assorbite pochissimo dal corpo umano
  • Si considera un’eventualità plausibile che l’antenna parabolica di MUOS venga puntata verso l’abitato. Ma un’antenna di questo tipo ha numerosi blocchi, meccanici, elettronici e software, che rendono impossibile puntarla verso l’abitato.
  • Si ritengono i dati forniti insufficienti a stabilire l’entità dell’esposizione fuori dal fascio, mentre i dati forniti lo consentono.
  • L’esposizione dovuta alle antenne VHF viene sommata in modo incorretto (come campi e non come potenza) a quella delle emissioni ad onde corte attuali.
  • Viene stabilito un nuovo limite del tutto arbitrario relativo alla possibilità di interferenze elettromagnetiche, che viene applicato solo a questa installazione.

 

Partiamo dalla fine, che è un po’ la chiave di tutto. La legge italiana sull’ “elettrosmog” stabilisce due tipi di limite: di esposizione e di attenzione. Entrambi sono inferiori a quelli adottati internazionalmente, che a loro volta sono circa 100 volte inferiori1 ai livelli di esposizione a cui si comincia ad intravedere qualche possibile danno. Anche l’OMS raccomanda limiti confrontabili o superiori a quelli italiani. Non entro nel merito della legge, stabilire dei limiti 200 o 2000 volte sotto quelli a cui si sospettano danni è una scelta legittima, anche se molto prudenziale. Né voglio entrare nella questione se i limiti internazionali siano sufficienti, mi preme sottolineare che i ricercatori che li hanno fissati sono in buona parte “indipendenti”, ovvero i loro studi non sono finanziati dalle parti in causa. Inoltre i limiti internazionali riguardano qualsiasi effetto noto, sia a breve che a lungo termine.

Abbiamo capito che, nonostante i limiti di legge vadano rispettati, anche un superamento non causerebbe alcun tipo di danno. Tuttavia del rapporto del Politecnico, nell’ultima pagina, si sostiene che sopra gli attuali vincoli legislativi si abbiano dei danni, immediati per i limiti di esposizione, cronici per quelli di attenzione. In realtà per avere dei danni immediati dobbiamo superare i limiti di esposizione di almeno 500 volte, e per quel che sappiamo non esistono danni cronici neppure se si arriva ai limiti internazionali. I limiti italiani infatti nascono dalla volontà di tutelarsi da quel che non sappiamo, si tratta in sostanza di una applicazione già abbastanza estrema del principio di precauzione.

Tutto il documento è affetto da questo “effetto limite”: ogni volta che si fissa un limite, per quanto cautelativo, si forma una mentalità per cui questo limite non deve essere neanche lontanamente avvicinato, come fosse una ringhiera posta sul bordo di un baratro scivoloso. Per fare un esempio, pensiamo ai limiti di velocità: se supero i 50 all’ora mi fan la multa. Giusto. Ma se l’autovelox rivelasse che vado a 45, e mi facesse la multa perché ero pericolosamente vicino al limite, o se già a 10 km/h qualcuno protestasse perché sono solo ad un quinto del limite, qualcosa non tornerebbe.

Il documento del Politecnico invece commette proprio questo errore: non hanno mai rilevato sforamenti dai limiti di legge italiani (6V/m, pari a 0,1 W/mq). Solo in una misura ci si è andati vicino, nelle rimanenti siamo parecchio sotto. Dalla relazione infatti leggiamo che le misure più alte sono state.

 

Località Campo:                 V/m                    W/mq     % del limite di attenzione

Ulmo (centralina 3)         5,9 ± 0,6            0,095                     95%

Ulmo (centralina 8)         4,0 ± 0,4           0,04                        40%

Martelluzzo (centralina 1) 2,0 ± 0,2      0,01                         10%

Fico (centralina 7)               1,0 ± 0,1       0,0025                    2,5%

 

Una sola misura si avvicina al limite. Il documento afferma che le incertezze di misura portano a superarlo, ma i limiti di legge includono delle ragionevoli incertezze nei fattori di sicurezza: le misure di campo elettrico sono molto delicate, ed errori del 10% sono la norma. L’unico punto corretto della perizia è quindi che è necessario un controllo (eventualmente anche continuo) della zona dove si è rilevato il campo maggiore. Nella metafora automobilistica non han superato i 50 Km/h ma potrebbero farlo, meglio mettere un autovelox.

Il documento va quindi molto sul tecnico. Non è stata misurata l’esposizione di un trasmettitore a bassissima frequenza (45 KHz), in quanto non c’era strumentazione adeguata. Ma la legge definisce limiti specifici sopra i 100 KHz. Sotto questa frequenza valgono i limiti internazionali, che a queste frequenze sono di ben 610 V/m, in quanto queste onde vengono assorbite pochissimo dal corpo umano. Data la potenza del trasmettitore si rientrerebbe nei limiti di legge entro poche decine o al massimo centinaia di metri dalle antenne.

Fin qui il documento ha preso in esame solo l’installazione già esistente, ma vediamo cosa dice in proposito di MUOS.

Queste antenne trasmettono in un fascio strettissimo, praticamente un cilindro largo come l’antenna che non si allarga significativamente per circa 70 km. Nel documento si continua a ripetere che al di sotto di questa distanza (distanza di campo prossimo) non si può calcolare il campo con la legge per una sorgente puntiforme (corretto), e che non si può quindi avere informazioni sul campo emesso. Ma un’antenna parabolica ha un campo molto ben prevedibile, soprattutto nel campo prossimo. I dettagli sono difficili, e richiedono una analisi dettagliata, ma la forma generale è appunto quella di un cilindro leggermente divergente, con un campo che decresce avvicinandosi ai bordi del cilindro, che cala molto lentamente con la distanza all’interno di questo cilindro, e che è sostanzialmente nullo al di fuori di questo.

 

La potenza dentro al fascio, dai dati di progetto, è pari a circa 16pP/Gl2 =50 W/mq2, quindi molto oltre il limite di esposizione per la popolazione3. Se l’antenna venisse quindi puntata accidentalmente contro le abitazioni, indipendentemente dalla distanza, avremmo un superamento dei limiti di legge e un rischio per la salute. Ma che probabilità ci sono che questo succeda? Queste antenne hanno dei fine corsa meccanici che impediscono di avvicinarsi troppo all’orizzonte, oltre a svariate protezioni software. Ho esperienza dei radiotelescopi italiani, dove questi limiti sono tipicamente 20-30 volte maggiori della larghezza del fascio. Inoltre se le case non sono in linea di vista ottica (se sono dietro ad una collina, ad es.) il fascio non potrà mai raggiungerle.

Ma cosa succede fuori dal fascio principale? Praticamente niente. L’esposizione cala rapidamente fino a un migliaio di volte meno che nel fascio e diminuisce altrettanto velocemente anche all’aumentare della distanza. A un centinaio di metri dall’antenna siamo probabilmente molto, molto sotto qualsiasi limite ipotizzabile. Certo, se voglio sapere la distanza al metro a cui scendo sotto i limiti di attenzione mi serve un’analisi al computer, ma per una valutazione di massima, come questa, no.

Ma la base contiene già altre installazioni di cui si è parlato: antenne elicoidali VHF, le antenne a onde medie già esistenti, eventuali piccoli “sbuffi” di microonde che scappano dalle antennone. Non si sommano? Secondo il documento del Politecnico, sì, si somma tutto. Come se un campo di 5 V/m più un paio a 1 V/m potessero fare un campo di 6 V/m. In realtà si sommano le potenze (le esposizioni), i W/mq, non i campi, i V/m. La cosa poco intuitiva è che se ho un campo di 5,9 V/m e ci aggiungo un campo d 1 V/m ottengo un campo di 5,98 V/m, sarei ancora sotto i limiti di legge. Devo sommare 10 sorgenti da 2 V/m ciascuna per ottenere un campo di 6 V/m.

Ma siccome non si riesce a far superare i limiti alle antenne, se ne inventano di nuovi. Si chiede che l’impianto non produca campi sopra 1 V/m (circa un quarantesimo dei limiti di attenzione di 6 V/m), perché potrebbero creare interferenze. Ma perché solo questo? Un’antenna radar, un ripetitore televisivo sono esonerati dal nuovo limite appena inventato? O la richiesta è di ridurre di 40 volte i limiti di esposizione su tutto il territorio nazionale? Antenne trasmittenti per comunicazione satellitare esistono in tutto il mondo, e non viene interdetto lo spazio aereo per un raggio di decine di km attorno a ciascuna di esse.

 

Viene inoltre ipotizzato un danno ambientale. Vengono citati studi relativi ad effetti del campo magnetico a bassissima frequenza (quello generato da elettrodotti) sulle api, ma la cosa non ha nessuna rilevanza per campi elettromagnetici a frequenze completamente differenti. Gli eventuali cristalli di magnetite, che servirebbero alle api ad orientarsi, semplicemente sono troppo grossi per seguire un campo che oscilla miliardi di volte al secondo. Si raggiunge il grottesco quando si afferma che gli uccelli eventualmente esposti al fascio di microonde sono più vulnerabili ad effetti termici in quanto animali a sangue freddo.

Concludendo la base di Niscemi non risulta essere una significativa fonte di elettrosmog. Solo una delle misure fatte dall’ARPA mostra un campo che si avvicina (ma non supera) i limiti di legge, e questo giustifica ulteriori misure di verifica solo in quell’area. L’antenna per MUOS non rappresenta una fonte di esposizione significativa, se non nell’ipotesi, con tutta probabilità fisicamente impossibile, di un puntamento accidentale della parabola sull’abitato. Le nuove antenne VHF non forniscono un contributo addizionale significativo, inoltre considerato che MUOS potrebbe, in futuro, sostituire gli impianti ad onde corte già presenti, come conseguenza ci sarebbe una netta riduzione dell’esposizione.

 

Riferimenti:

 

Sugli effetti delle esposizioni a radiofrequenza:

I limiti internazionali (ICNIRP) e la rassegna di studi che li giustificano: Guidelines for limiting exposure to time-varying electric, magnetic and electromagnetic fields (up to 300 GHz). Health Physics 97(3):257-259; 2009. http://www.icnirp.de/documents/emfgdl.pdf

 

Rassegna della Royal Society Canadese: A Review of the Potential Health Risks of Radiofrequency Fields from Wireless Telecommunication Devices (1999) http://www.rsc-src.ca/en/expert-panels/rsc-reports/review-potential-health-risks-radiofrequency-fields-from-wireless

 

Rassegna delle conoscenze scientifiche sul tema:

http://xoomer.virgilio.it/albpales/Telefonia_mobile/toc-it.htm

 

Scheda dell’OMS:

http://www.who.int/docstore/peh-emf/publications/facts_press/ifact/it_183.htm

 

1. In Italia i campi si misurano in volt per metro (V/m), ma la misura corretta, adottata in tutto il resto del mondo, è una misura di potenza, watt per metroquadro (W/mq). I limiti di legge italiani sono di 20V/m, cioè 1 W/mq (sicurezza) e 6 V/m, cioè 0,1 W/mq (attenzione). L’esposizione è proporzionale al quadrato del campo, riducendo di tre volte il campo quindi l’esposizione diminuisce di DIECI volte. Questo comporta che se trovo un campo poco inferiore al limite, in realtà l’esposizione ne è molto al di sotto.

2Il calcolo è basato su un valore di potenza del trasmettitore di 1600W. La relazione nota come vengano forniti valori di potenza discordanti, compresi tra 138 e 1600W. Se la potenza fosse di 138W, la massima densità di potenza nel fascio sarebbe entro i limiti di esposizione a qualsiasi distanza.

3Un’esposizione di 50W/m2 corrisponde al limite ICNIRP per esposizioni professionali. Per quanto sia ovviamente da evitare, una breve esposizione a questi livelli non costituirebbe un rischio grave.”

  • Pingback: Muos, militari statunitensi potrebbero presto entrare in campo, in anteprima, l’indagine di Report | InformAzione()

    • Il documento si riferisce a una “arma non letale” a microonde che è considerata come sistema per disperdre le folle. La densità di potenza nel fascio prodotto da questa è di alcune centinaia di W/mq, quindi superiore a quella che si avrebbe se ti puntassero contro l’antenna MUOS.

      Per “sciogliere una persona in pochi secondi” servono i phaser di Star Trek. Nessun sistema a microonde esistente è in grado di farlo.

  • Roberto

    Grazie mille per questo articolo. Finalmente ho trovato un VERO articolo che affronta la faccenda del MUOS

    • Paolo Bianchi

      Grazie Roberto. Puoi diffonderlo sui social network se lo trovi interessante.

  • Alessandro

    Grazie dei dettagli informativi, sulla rete, in genere si trovano tante di quelle porcherie.
    Questo è un report dettagliato che apre gli occhi sulla questione. Thanks a lot!

  • Luca

    Complimenti, finalmente un articolo scientifico, oggettivo e privo di complotti. Ovviamente i “No TUTTO” non vorranno ascoltare, ma le motivazioni oggettive sono sempre dalla parte della ragione 🙂

    Concordo comunque sul fatto che questa installazione non può e non deve essere una priorità per l’Italia e per nessun altro paese.

  • Andrea Bersani

    Io credo che, per rendere meglio l’idea di come questi limiti siano fissati, valga la pena guardare i limiti, Stato per Stato, per le trasmissioni wifi:
    http://www.cisco.com/en/US/docs/wireless/wcs/3.2/configuration/guide/wcscod.html

    Intanto si vede come ci siano differenze, più o meno marcate. Tutti i numeri riportati, comunque, portano fattori di sicurezza molto grandi rispetto a quello che è stato visto essere dannoso per la salute. Inoltre, si vede come le frequenze dei dispositivi wifi siano simili a quelle del MUOS (2.4 e 5 GHz i primi, tra 0.3 e 3GHz il secondo), per cui, insieme al MUOS, inizierei a preoccuparmi dell’access point che ho vicino alla scrivania.

  • Gaetano

    Leggo con grande interesse questo intervento e con altrettanto interesse alcuni commenti sbrigativi che non fanno giustizia della serietà dell’articolo.
    A meno del folklore che circonda spesso i grandi movimenti di popolo (chi parla di “no tutto” ha una visione colpevolmente miope e pregiudiziale), nel caso specifico la gente di Niscemi pretende di essere rassicurata con dati oggettivi, di conoscere la verità.

    Il consulente scientifico di questo articolo dimentica di affrontare un tema fondamentale: i rilevamenti di ARPA Sicilia non sono a norma di legge, a causa della mancata collaborazione della marina statunitense. Per diversi motivi:
    1) il monitoraggio non è stato eseguito in condizioni controllate
    2) le antenne non risultavano alla massima potenza
    3) i tecnici ARPA non sono stati ammessi nelle sale di controllo per verificare le condizioni di operatività “concordate” col comando della base

    Come se non bastasse, i rilevamenti del 2013 (successivi all’articolo) mostrano il superamento costante (7 V/m) del limite di legge. E’ vero che il limite stabilito dalla normativa italiana è probabilmente prudenziale (c’è chi non la pensa così, come il prof. Levis, uno dei massimi esperti italiani di mutagenesi ambientale) ma, tanto per restare sulla metafora stradale, il vigile mi multa comunque anche se obietto che il limite di velocità è obiettivamente troppo basso.
    Succede anche che il verificatore del TAR Palermo, prof. D’Amore, conferma punto per punto tutti i dubbi del prof. Zucchetti, ritenendo necessario uno studio approfondito. Lo stesso Istituto Superiore di Sanità, che pure fornisce rassicurazioni simili a quelle scritte in questo articolo, resta comunque molto prudente scrivendo, in calce alla propria relazione, di non utilizzare il documento ai fini della concessione di autorizzazioni.

    Infine, qualsiasi oncologo vi dirà che un tumore ha di solito cause molteplici: maggiore è il numero di agenti cangerogeni maggiore è la probabilità di ammalarsi. Niscemi si trova in un territorio già devastato dalla presenza di inquinanti atmosferici, dovuti in buona parte al polo petrolchimico della vicina Gela. Diversi oncologi sostengono che non poteva essere scelta area peggiore in Sicilia per l’istallazione di una struttura di questo tipo.

    Concludo dicendo che, da ricercatore di professione, diffido sia di chi si infiamma presto senza aver letto le carte, sia dei troppo frettolosi pompieri.

    • Simone Angioni

      Caro Gaetano,
      il tuo commento è interessate, ma mi rimangono alcune perplessità.
      I rilevamenti ARPA non sono a norma di legge secondo quale legge? Qui si sta parlando dell’esposizione sui cittadini, fuori dalla base. Cosa c’entrano le condizioni operative dentro la base? E cosa vuol dire che non sono state eseguite misure in “condizioni controllate”?

      Anche sui rilevamenti successivi, che dici essere costantemente sopra i 7 V/m, puoi dare qualche riferimento?
      Rimane ben inteso che una violazione lo è sempre. Nell’articolo era ben chiarito che i limiti non erano stati mai superati, ma se lo fossero è ovvio che la legge è uguale per tutti.

      Non ho letto cosa ha detto il Prof. D’Amore tuttavia non può essere d’accordo con Zucchetti che nella sua relazione sbaglia i conti. Su ulteriori verifiche siamo tutti d’accordo. Ti dirò di più, credo ci sia poco da obiettare ad un monitoraggio costante della zona. Detto questo però nessuno può concordare con una relazione piena di errori di calcolo.

      Sull’oncologo sono d’accordo, ma chi dice che le onde elettromagnetiche usate da MUOS siano cancerogene? Diversi oncologi quali? Considerato che non ci sono evidenze che le onde UHF siano cancerogene, mi sa che chiunque abbia detto una cosa del genere dovrebbe attenersi all’elenco delle sostanze cancerogene del IARC, invece di inventarsene di nuove.

      Se mi consenti di generalizzare la sindrome del “non da me perchè ho già altri casini” è molto comune in Italia. Praticamente qualunque infrastruttura è affetta da comitati di cittadini che dicono NO perchè quello non è il posto giusto. Lo trovo sempre un discorso molto antipatico e piuttosto egoista.

      • Gaetano

        Provo a rispondere brevemente.

        I rilevamenti ARPAS non rispettano la legge (italiana) 31/2001 e il duccessivo DPCM 2003 che impongono che l’impianto funzioni alla massima potenza durante il rilevamento. Questa condizione non è stata garantita a causa del rifiuto dei vertici della base NRTF-8.
        Va inoltre aggiunto il fatto che, prima di avviare una campagna di monitoraggio, devo sapere esattamente dove mettere il mio strumento di rilevamento. L’unico modo per saperlo, nelle condizioni di “campo vicino” (entro 67 Km circa dalla base), è di creare un modello matematico che simuli l’andamento del campo elettromagnetico, perdonatemi la semplificazione, in modo da trovare i punti “caldi”, ovvero di maggiore intensità.
        Se non faccio questo, come ARPA e ISPRA, sto lavorando più come un rabdomante che come uno scienziato.

        Quando parlo di “condizioni controllate” mi riferisco a quel principio di base, nella scienza posteriore a Galileo, che stabilisce che il fenomeno da osservare sia isolato da eventuali cause di “inquinamento”. Nello specifico, bisogna analizzare il contributo delle antenne singolarmente, come correttamente fa ARPA in uno dei rapporti del 2013.

        Per ciò che concerne i riferimenti, mi spiace verificare che non siate a conoscenza del fatto che c’è una ricca sezione dedicata alla documentazione sul sito http://www.nomuos.org
        Lì troverete i tabulati, prodotti da ARPA Sicilia nel 2013, che dimostrano il raggiungimento costante dei 7 V/m (ne ha parlato anche parecchia stampa “digitale” per giorni).
        Troverete anche la relazione di D’Amore che, temo di dovervi contraddire, conferma i calcoli di Zucchetti e Coraddu. Vi sarà anche sfuggito il piccolo giallo sulla potenza di emissione dei trasmettitori MUOS che, da progetto depositato al Comune di Niscemi, era di 1600W mentre, secondo il signor Quintal (lavoriamo di dita su Google) afferma che la potenza massima è di 200W. Certo, se Zucchetti fa i calcoli con 1600W e l’ISS li fa con 200W i risultati difficilmente saranno uguali.
        Le critiche alla relazione di Zucchetti e Coraddu, più che a un generico “errori di calcolo”, sono rivolte all’azzardo che li spinge ad ipotizzare il contributo del MUOS di 1 V/m al campo EM. Ciò, però, non vuol dire che le preoccupazioni non siano fondate. L’unica cosa che la relazione dimostra è che le relazioni precedenti non danno risposte adeguate a dimostrare che il complesso, dato dal MUOS e dalle antenne già operative, non abbia potenziali effetti sanitari, superando dunque il principio di precauzione.
        Seguendo gli ultimi sviluppi giudiziari con la dovuta attenzione, troverete che il TAR di Palermo richiama il rispetto di tale principio, rifacendosi alla relazione del proprio consulente D’Amore.

        Nessuno dice che le emissioni EM del MUOS sono certamente cancerogene, se è questo che intende con la sua domanda. L’OMS, però, le lista tra gli agenti “possibilmente cancerogeni”, ovvero dalla letteratura scientifica si evince una possibilità concreta che lo siano ma non ci sono prove sufficienti. Questa possibilità impone cautela che, nella normativa italiana, si trasforma nel llimite dei 6 V/m. Se non ci fosse questo timore, che senso avrebbero i limiti di esposizione? Forse leggiamo rapporti diversi.

        Quella della sindrome NIMBY, poi, è una mancanza di rispetto per l’intelligenza altrui. Si permette di dire che sto mentendo quando scrivo che D’Amore da sostanzialmente ragione a Zucchetti, che mi sto inventando la possibilità che i campi EM possano essere cancerogeni, di metter in dubbio che abbia ascoltato oncologi che dicevano proprio ciò che ho scritto. Prima di parlare di NIMBY vada a studiare le carte e poi ci sentiamo.

        Da persona che si occupa di scienza per portare il pane a casa, le dico che non state facendo un buon servizio di divulgazione scientifica. Da lettore, invece, mi permetto di avanzare l’ipotesi che, se aveste dato spazio ad altri dati e altri commenti (come pure ha fatto Giuliano Marruccio per Report), avreste reso un migliore servizio giornalistico.
        Con ciò non voglio criticare l’articolo, data la data in cui è stato scritto, ma l’atteggiamento poco dialogante di questa risposta male informata.

        Infine, e chiudo, non le darò il nome di alcun oncologo e non ce ne sarebbe alcun bisogno, data l’evidenza e l’ovvietà delle mie affermazioni. Le dirò solamente “ospedale Cannizzaro di Catania”. Il resto se lo cerchi da solo.

        Rimango disponibile per qualunque chiarimento qualora l’atteggiamento diventi più rispettoso e degno del nome che vi siete dati.

        • paolo76

          magari se qualcuno leggesse la relazione dell’Istituto Superiore di Sanità (http://www.iss.it/pres/index.php?lang=1&id=1365&tipo=6) prima di parlare a vanvera non farebbe un soldo di danno…
          ne cito solo qualcuna:
          la potenza utilizzata dall’ISS nei calcoli è 1600 W anche se probabilmente in realtà sono 200 W perché tanto anche con 1600 W le antenne ancora da installare non causano esposizioni rilevanti della popolazione;
          le antenne esistenti generano campi molto bassi come evidenziato dalle misure dell’ISPRA con la strumentazione adeguata e i superamenti dei 6 V/m riscontrati in precedenza dall’ARPA Sicilia sono dovuti a strumentazione non adeguata, come riconosciuto dagli stessi tecnici dell’ARPA Sicilia;
          il “campo vicino” si riferisce solo alle antenne paraboliche ancora da installare e non c’entra nulla con le misure sui campi emessi dalle antenne esistenti, e così via…

        • Rispondo alla storia del “campo vicino” a 67 km.

          Sulle misure già effettuate non ha senso, il campo vicino delle antenne esistenti è prticamente dentro la base.

          Per l’antenna parabolica, usare l’approssimaizone di campo vicino/campo lontano non ha senso. Quella è un’antenna parabolica, in cui il campo ha una forma ben precisa, calcolabile analiticamente, e i conti van fatti su QUEL campo. Che dà esposizioni molto sotto 1 V/m appena si esce dal fascio principale. Se D’Amore o Zucchetti non sanno come si calcola quel campo lo chiedano a chi lo sa fare, e non affermino che l’ARPA sbaglia i conti perché il campo non è calcolabile.

          Sul superamento dei limiti attuali, ho detto im odo esplicito che se i limiti sono superati si manda un’ingiunzione alla base in cui si chiede che riducano la potenze di un X percento. Non è difficile tecnicamente, non è disdicevole politicamente, e si torna tutti nelle norme.

          Sulla cancerogenicità di un campo di 7V/m. Non esistono indicazioni che possa esserlo, è implausibile biologicamente, e come dice D’Amore nella sua relazione non possiamo inventarci limiti a piffero sulla base di nostre (o di qualche scienziato isolato) convinzioni.

          Passanso al “principio di precauzione”: ni sembr più plausibile che siano cancerogeni i cavoletti di Bruxelles, allora se uno scienziato isolato afferma che lo sono dobbiamo vietarli? (vale per qualsiasi cosa, a me i cavoletti di Bruxelles piacciono moltisimo)

          Sulla somma dei campi. Anche se MUOS producesse campi di 1V/m, se i campi preesistenti sono meno di 5,9 V/m aggiungerci un ulterire V/m non li porta a sforare i 6 V/m, come ho calcolato nell’articolo. Quindi, in sostanza, i casi sono due:
          – i limiti sono superati: van fatti rientrare calando un po’ la potena dell’impianto esistente.
          – i limiti non sono superati: un’aggiunto di 1 V/m non cambia le cose.
          In entrambi i casi l’antenna parabolica è sostanzialmente irrilevante.

          • Gaetano

            paolo76 probabilmente non conosce la storia della relazione ISS. Una prima bozza, mai pubblicata, parlava di 200W, senza citare l’altro valore, perché questi erano i dati ricevuti dai tecnici USA. E’ stata la componente nominata dalla Regione Siciliana a far notare che il progetto citava solo il limite di 1600W, non il secondo.
            Un amico che ne sa più di me mi faceva notare che le antenne paraboliche del MUOS hanno caratteristiche simili ad altre in commercio (di cui sono pubbliche le caratteristiche) che hanno una potenza complessiva di 2000W. E’ dunque plausibile che il limite di potenza sia quello di progetto e non quello dichiarato in seguito.

            Non conosco il curriculum scientifico del sig. Comoretto (mi perdoni se non ho voglia di informarmi) ma lui dovrebbe prima informarsi su quello di D’Amore. Affermare che un professore emerito, editor e membro del board delle maggiori riviste scientifiche della società IEEE, non sappia calcolare la dimensione del campo vicino è una bestemmia contro l’onestà intellettuale, in cui mi ostino a credere.

            Da attivista No MUOS non ho alcuna difficoltà ad affermare che l’allarme sulla questione è molto probabilmente sovradimensionato. Non è facile tenere sotto controllo l’allarme sociale che può nascere (e che è nato) in seguito a studi e speculazioni di varia natura.
            Diceva bene Zucchetti nella recente audizione al Senato: se anziché continuare ad accampare scuse, a commissionare monitoraggi non a norma (anche quello dell’ISPRA non lo è), a non fornire i dati che consentirebbero ai tecnici ARPA e ISPRA di costruire un modello previsionale dell’irragiamento, se si fosse invece deciso di collaborare pienamente e da subito, ad oggi avremmo risposte chiare e accettate da tutti. L’allarme sociale che si è generato non sarebbe probabilmente cresciuto fino a sfuggire di mano, cosa che, ahimè, sta accadendo (spero di sbagliare).

            Al di la delle discussioni di carattere, per così dire, “tecnico”, vi invito a riflettere sulla questione dei sistemi già istallati nella base. Un prima relazione, su cui si basa il protocollo d’intesa tra Difesa e Regione Siciliana (relazione che poi si è scoperto essere stata commissionata da un contractor del MUOS), dichiarava che tutti i sistemi presenti nella base sarebbero stati dismessi, cosa che in un primo momento ha tranquillizzato i cittadini.
            Qualcuno avanzò dei dubbi (tra cui l’ignorantissimo Zucchetti) che sarebbero poi stati sciolti in seguito ad una domanda del sottoscritto all’allora console USA Moore, il quale mi rispose che questa cosa non stava scritta da nessuna parte. Si capì poi che i sistemi dentro la base non avevano nulla ache fare con l’obsoleto sistema che sarà sostituito dal MUOS, confermando le parole del console.
            E’ notizia di poche settimane fa che, ribaltando nuovamente la questione, molte antenne presenti nella base sono in disuso e saranno smantellate non appena saranno disponibili finanziamenti adeguati. Si spendono 7 miliardi di dollari su un sistema di nuova generazione e non si sono pochi spiccioli per smantellare quello vecchio?
            Perdonate il complottismo NIMBY-massonico, ma la puzza di presa per i fondelli si sente da lontano.

            Per concludere, ripeto una mia semplice proposta vecchia già di due anni. I militari statunitensi si siedano ad un tavolo con le istituzioni locali e consegnino i dati ai tecnici ARPAS. Quando avremo un modello previsionale, basterà una campagna di monitoraggio di pochi mesi (c’è ancora tempo prima dell’attivazione) per rassicurare i niscemesi.
            Succede, invece, che al tavolo tecnico sulla rete di monitoraggio non viene invitato il sindaco di Niscemi. Non posso aver fiducia di chi sfugge al confronto.

  • marcello

    bell’articolo,finalmente qualcosa di serio e documentato sul MUOS.lo condivido subito su FB

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