La scienza è democratica?

Chi si occupa di divulgazione scientifica si trova spesso a bilanciare da un lato la completezza e la correttezza dell’informazione scientifica, dall’altro l’efficacia del messaggio. Il giornalista e il divulgatore scientifico si muovono spesso su questo sottile filo che può portare in casi estremi a una completa banalizzazione del messaggio, oppure ad articoli molto complessi e di difficile lettura. Non è affatto semplice arrivare a una soluzione e non esiste una ricetta univoca per superare questo dilemma. Ognuno ha il suo stile di scrittura e un suo stile divulgativo e, muovendosi nel margine del buon senso (come abbiamo più volte sottolineato), la varietà di stili è una ricchezza. Sicuramente ci sono situazioni non facili: come divulgatori ci imbattiamo spesso in dibattiti accesi sui nostri spazi di commento e sui social network, specie sui grandi temi di attualità scientifica con un forte impatto sulla società. Spesso ci si trova a controbattere affermazioni fallaci e fuorvianti e più d’una volta, anche da queste parti, abbiamo affermato che “la scienza non è democratica”, credendo di poter ridurre in una frase una risposta che chiederebbe più tempo e riuscendo solo a troncare la discussione in malo modo, premendo solamente su un presunto principio di autorità.

Voglio oggi soffermarmi su questa frase perché, analizzandola nel dettaglio, penso che sia un classico esempio di come banalizzare un concetto può portare a fraintendimenti, e sicuramente ha come risultato una pessima divulgazione scientifica. Dobbiamo dare un po’ di definizioni e avere ben chiaro in testa obiettivi e scopi della ricerca scientifica: solo così potremo comunicare efficacemente e questa frase assumerà il suo vero significato, nonostante dia comunque per scontati concetti e temi che il pubblico generalista solitamente ignora.

Anzitutto, che cos’è la scienza? Per definizione, la parola scienza indica l’insieme di tutte conoscenze umane ottenute con esperimenti condotti con metodo rigoroso, i cui risultati sono stati osservati e riconosciuti da un’ampia comunità di professionisti al fine di descrivere la realtà che ci circonda. Si tratta di un insieme di conoscenze pubbliche, accessibili a chiunque. Il fine della scienza non è egoistico, ma altruistico nel senso più alto del termine, ovvero quello di descrivere la realtà che ci circonda nel dettaglio al fine di migliorare la comprensione delle cose e, in ultima istanza, dare un contributo fondamentale alla politica e all’etica con lo scopo di rendere migliorela vita di ogni persona su questa Terra.

La scienza è portata avanti con un metodo preciso: il metodo scientifico. Il concetto di metodo scientifico è stato nel tempo ed è ancora oggi oggetto di ampio dibattito, e non basterebbe un articolo per affrontarlo in maniera completa; mi concederete quindi un’estrema sintesi basata sul pensiero di Galileo Galilei e ancora oggi attuale: al fine di descrivere un fenomeno osservato in natura, si formula un’ipotesi, vengono fatti esperimenti e calcoli matematici, e, dai risultati di questi, l’ipotesi iniziale viene convalidata oppure no.
Oggi le cose si fanno più complesse, dato che la comunità scientifica è molto più ampia e articolata rispetto ai tempi di Galileo, quindi le prove e gli esperimenti portati a supporto di una teoria devono essere svolti e descritti in maniera rigorosa e coerente, e tali risultati devono essere confermati e suffragati da osservazioni ed esperimenti svolti da altri scienziati. Un’affermazione scientifica che sia valida deve essere riconosciuta e revisionata da un’ampia rete di professionisti prima di poter trovare spazio sulle riviste ufficiali che raccolgono le pubblicazioni scientifiche di migliaia di scienziati nel mondo.
La solidità del metodo scientifico, unito al processo di revisione alla pari (in inglese peer review), è un binomio accettato e condiviso da tutta la comunità scientifica; di tanto in tanto mostra criticità che destano preoccupazione, ma in generale è un processo che funziona. Definire “democratico” questo processo è esagerato, ma sicuramente si tratta di un iter inclusivo e partecipativo, dove scienziati riconosciuti come qualificati ed esperti partecipano alla pari nel processo di convalida di un fatto che, se accettato, entra a far parte delle conoscenze scientifiche dell’umanità.

Tornando quindi alla frase “la scienza non è democratica”, risulterà chiaro ora che la realtà è molto diversa e questa frase non spiega nel dettaglio la ricchezza e la complessità del processo scientifico, cogliendone solo un aspetto immediato e che dà per scontate molte altre questioni. Quante persone, al di fuori dell’ambito scientifico professionale conoscono questo processo? Troppo poche. Utilizzare questa frase in un contesto divulgativo può essere quindi un boomerang per chi vuole comunicare. Ragionando per assurdo, il processo potrebbe sembrare molto più democratico di certi processi politici che invece definiamo pienamente come democrazia e anche Carl Sagan la pensava allo stesso modo.

Certamente può essere frustrante avere a che fare per intere giornate con commenti fuori luogo, senza basi e l’ondata di disinformazione, specie sui social network, sembra oggi montare con una forza inedita tanto da essere entrata nelle ultime settimane nel dibattito pubblico in TV e sui giornali, diventando anche oggetto di possibili interventi del legislatore nell’immediato futuro.
Tuttavia, la scienza oggi non può prescindere dalla divulgazione: in ogni bando di finanziamento a livello europeo, c’è una esplicita richiesta di dedicare una parte del grant ad attività di divulgazione o dissemination, con il fine ultimo di avvicinare le persone a ciò che avviene nel laboratorio; questo rappresenta davvero un’opportunità per cambiare la percezione delle persone lontane dall’ambito scientifico, che spesso percepiscono lo scienziato solo come un freddo calcolatore senza rendersi conto dell’importanza della sua attività. Si pensi ad esempio alle numerose iniziative di Citizen Science, già una prassi nel mondo anglosassone o alle molte altre iniziative di condivisione come Notte dei Ricercatori e i vari festival scientifici che anche in Italia stanno raccogliendo sempre più successo. Per cogliere appieno questa opportunità non possiamo permetterci come scienziati e divulgatori un linguaggio supponente e telegrafico, ma dobbiamo dimostrarci validi interlocutori per rispondere ai dubbi delle persone e a coinvolgerle attivamente, dove possibile, nel nostro lavoro.

Ciò significa mettere le opinioni delle persone alla pari con i fatti definiti dal lavoro scientifico? Assolutamente no. Ma l’attività di divulgazione non può e non deve essere un processo cattedratico, né può permettersi atteggiamenti altezzosi, da unici portatori di verità di fronte alle persone, partendo dal presupposto che il pubblico sia composto da ignoranti. Al contrario, questo sarebbe un atteggiamento profondamente antiscientifico. Richard Feynman, fisico di fama mondiale e forse uno dei più grandi divulgatori scientifici mai esistiti, una volta disse che “Scienza è credere nell’ignoranza degli esperti” (The Pleasure of Finding Things Out : The Best Short Works of Richard Feynman, 1999) mentre Socrate, il famoso filosofo greco, metteva nel suo “So di non sapere” una delle basi del suo insegnamento filosofico, ovvero che alla base della conoscenza c’è l’ignoranza e che al di là del suo pensiero e della realtà del mondo che poteva osservare era in realtà ignorante. Amo credere che tra queste due affermazioni e l’abusato “la scienza non è democratica” ci sia tutto uno spettro di possibili approcci comunicativi con i quali possiamo sperimentare e che sicuramente possono solo portare ad un dialogo civile, una divulgazione efficace e ristabilire il giusto rispetto che la scienza merita all’interno della nostra società. C’è chi in ambito professionale studia anche i migliori metodi di comunicazione scientifica e quindi non è il caso di improvvisare. Ne parla bene Valigia Blu in un pezzo recente, del quale vi consigliamo la lettura.
Sottrarci al confronto oggi è davvero impensabile. In ambito divulgativo si sta già facendo molto per cambiare le cose: festival della scienza, iniziative editoriali, blog e molto altro; con il processo ancora in evoluzione non possiamo davvero permetterci di tornare a un approccio univoco e cattedratico. Non ne ha bisogno nessuno.

Author: Paolo Bianchi

Classe 1983. Laureato in chimica all’università di Pavia, lavora in ambito industriale chimico come account manager e project leader. Tra i primi podcaster italiani nel 2006, ha fondato il podcast Scientificast ed è attuale presidente dell’associazione culturale omonima. Appassionato giocatore di ruolo e da tavolo e consumatore vorace di fantascienza.

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  • Marco

    La frase “Un’affermazione scientifica che sia valida deve essere riconosciuta e revisionata da un’ampia rete di professionisti
    prima di poter trovare spazio sulle riviste ufficiali che raccolgono le
    pubblicazioni scientifiche di migliaia di scienziati nel mondo”, secondo me, non è esatta.
    Bisognerebbe dire che “Un’affermazione scientifica, prima di poter trovare spazio sulle riviste ufficiali che raccolgono le pubblicazioni scientifiche di migliaia di scienziati nel mondo, deve esprimere in modo chiaro le metodiche ed i risultati usati, in modo da permettere ad un’ampia rete di professionisti di convalidare o smentire l’affermazione sulla base della ripetizione degli esperimenti effettuati”.

    • Ciao Marco. Ho scritto anche quello dicendo chiaramente che si tratta di un processo in due fasi e di quella precedente ho detto che ” le prove e gli esperimenti portati a supporto di una teoria devono essere svolti e descritti in maniera rigorosa e coerente, e tali risultati devono essere confermati e suffragati da osservazioni ed esperimenti svolti da altri scienziati”.

  • Simona Cerrato

    Un altro contributo a questa discussione che evidentemente è molto sentita visti i tanti interventi di questi giorni: https://oggiscienza.it/2017/01/05/roberto-burioni-scienza-democrazia/