Il paziente H.M.

Leonard Shelby è un investigatore assicurativo di San Francisco. Durante un’effrazione notturna, sua moglie è stata stuprata e lui è stato colpito alla testa. Da quel momento, ricorda tutto fino all’incidente, ma è incapace di formare nuovi ricordi. Se una conversazione dura troppo a lungo, si dimentica di come è cominciata. Se non prende nota di chi sono i suoi interlocutori, non sa più chi sono quando li incontra di nuovo; e via dicendo. Questo gli rende particolarmente complicato perseguire il suo obiettivo: rintracciare e uccidere l’uomo che ha violentato e ucciso sua moglie.

I cinefili avranno riconosciuto la trama di Memento, film del 2000 diretto da Christopher Nolan e montato al contrario in modo da rendere lo spettatore partecipe, almeno in parte, della condizione di Leonard. Il personaggio è fittizio, ma la sua condizione esiste veramente e si chiama amnesia anterograda. Ne esistono diversi casi importanti nella letteratura medica, tra cui il caso forse più studiato in tutta la storia della neurologia: quello del paziente H.M.

Sono le iniziali di Henry Molaison, un paziente americano che, secondo quanto riportò la madre, ebbe un incidente all’età di sette anni, in cui fu investito da un ciclista e batté violentemente la testa. Si risvegliò, ma cominciò a soffrire di una forma di epilessia resistente ai farmaci, che negli anni peggiorò, fino a sfociare in crisi generalizzate in adolescenza, rendendolo inabile al lavoro. Dopo aver passato circa vent’anni in queste condizioni, nel 1953 Molaison venne segnalato al neurochirurgo William Scoville. Occorre ricordare quanto fossero rudimentali le conoscenze neurologiche dell’epoca, così come le strategie di intervento neurochirurgico. Molaison ne fece le spese, ma è anche grazie al suo sfortunato caso che oggi ne sappiamo un po’ di più.

Vista laterale e medio-sagittale del lobo temporale umano. In verde, la parte esterna del lobo temporale; in fucsia, la formazione ippocampale. Immagine di Sebastian023, licenza CC BY-SA 3.0

Il 1° settembre 1953 Henry Molaison si sottopose a un’operazione in cui fu asportata una porzione della parte profonda del lobo temporale, per un’estensione di circa 8 centimetri in entrambi gli emisferi. L’area rimossa includeva alcune aree cruciali: l’ippocampo, l’amigdala e le regioni adiacenti, inclusa un’area chiamata corteccia entorinale. L’operazione ebbe l’effetto desiderato di curare l’epilessia, ma all’esame psicologico fu evidente la portata del danno collaterale. Era il 26 aprile 1955, ma quando gli fu chiesto che giorno fosse, Molaison fornì come data il mese di marzo 1953, e riferì di avere 27 anni anziché 29. Inoltre, prima dell’esame aveva parlato con un altro dottore, ma negava che la conversazione fosse avvenuta e a malapena si rendeva conto di aver subito un’operazione. Ogni volta che intraprendeva una nuova azione, perdeva ogni ricordo della precedente. Eppure, ricordava quasi tutti gli eventi della sua vita prima del 1953 e la sua intelligenza generale sembrava perfino migliorata.

All’epoca si riteneva che i ricordi si formassero e si stabilizzassero diffusamente in tutta la corteccia cerebrale. Oggi, anche grazie a Molaison, sappiamo che la formazione ippocampale, ossia l’area circostante l’ippocampo e che include la corteccia entorinale, è deputata allo smistamento della memoria a breve termine e al suo passaggio alla memoria a lungo termine, che si trova nella corteccia cerebrale. Più specificamente, il complesso formato da ippocampo e corteccia entorinale svolge un ruolo fondamentale nel formare e consolidare i ricordi espliciti di tipo autobiografico e nelle memorie di episodi e aneddoti, oltre che nell’acquisizione dei significati di parole nuove apprese. Sembra, invece, che la memoria procedurale, ossia l’acquisizione di nuove abilità motorie, sia governata da altre regioni cerebrali, più legate al subconscio; Molaison, infatti, fu in grado di sviluppare abilità motorie anche complesse, pur non ricordando né come né quando le aveva apprese.

Henry Molaison morì a Hartford, nel Connecticut, il 2 dicembre 2008 in una casa di cura, dopo essere stato oggetto di studio per oltre cinquant’anni. Di lui si occupò la celebre neuropsicologa canadese Brenda Milner, che grazie al suo caso riuscì a distinguere tra i due diversi sistemi di memoria (episodica e procedurale). Nonostante non fosse in grado di vivere una vita autonoma, venne descritto come un uomo paziente e cortese, per quanto non fosse possibile costruire un vero rapporto con lui. Dal 2009, la mappa digitale in 3D del suo cervello è stata resa disponibile gratuitamente su Internet.

 

Fonti:

William Beecher Scoville, Brenda Milner (1957), “Loss of recent memory after bilateral hippocampal lesions”, Journal of Neurology, Neurosurgery and Psychiatry 20 (1): 11–21. doi:10.1136/jnnp.20.1.11

Jacopo Annese et al. (2014), “Postmortem examination of patient H.M.’s brain based on histological sectioning and digital 3D reconstruction”, Nature Communications 5:3122. doi:10.1038/ncomms4122

Immagine di copertina: Triff by Shutterstock

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Author: Silvia Kuna Ballero

Astrofisica convertita all’insegnamento, appassionata di comunicazione, percezione ed etica della scienza. La sua sfida preferita è rendere accessibile a qualunque pubblico gli argomenti più ostici di matematica, fisica, astronomia e cosmologia.

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