Lajka, sessant’anni fa nasceva la stella che abbaia

Lajka in russo è un nome abbastanza generico per intendere il cane da slitta, dal samoiedo, all’husky, a diverse razze siberiane. Nel 1957, una piccola lajka, probabilmente incrociata con un terrier, era stata raccolta randagia nelle strade di Mosca e in pochi mesi sarebbe diventata famosa in tutto il mondo, proprio con quel nome che da allora per noi è diventato un nome proprio per moltissimi amici a quattro zampe, Lajka.

Il 7 ottobre di quell’anno gli scienziati sovietici erano riusciti a mettere in orbita il primo satellite artificiale, lo Sputnik 1: dalla fine della seconda guerra mondiale le grandi potenze avevano iniziato a studiare i missili, che fecero la loro prima comparsa nell’arsenale nazista durante il conflitto, per portare bombe atomiche senza bombardieri in un’eventuale nuova guerra e, nel frattempo, per esplorare lo spazio. All’inizio di questa storia i sovietici si erano trovati in vantaggio sugli americani, arrivando primi un po’ in tutte le “gare”, almeno fino al 1969, quando gli Stati Uniti sbarcarono sulla Luna.

Ma torniamo all’autunno del 1957: all’epoca non si sapeva nulla della sopravvivenza in orbita, del metabolismo in assenza di gravità, nulla di nulla. Per questo, una lunga serie di esperimenti erano stati effettuati con piccoli animali, e di questi la piccola Lajka, a cui era stato dato nome Kudrjavka, “ricciolina”, sarebbe diventata l’icona immortale. Dopo il lancio dello Sputnik 1, nei giorni del quarantesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, i russi volevano piazzare un secondo colpo ai colleghi-rivali americani: inviare un essere vivente in orbita e analizzarne i parametri vitali. Lajka, insieme ad altri due cagnolini, era stata selezionata e addestrata per questo. La piccola cagnolina era molto docile, non si agitava nello spazio angusto della capsula spaziale e resisteva particolarmente bene alle accelerazioni del simulatore di volo. Nel suo piccolo di viaggiatore inconsapevole, era stata sottoposta a tutte le visite mediche e a tutti i controlli a cui va incontro un astronauta di oggi.

Lo Sputnik non era un mezzo particolarmente confortevole e non avrebbe mai potuto sostenere un essere umano, ma sarebbe stato sufficiente a portare in orbita un piccolo animale: la tecnologia per garantire il rientro, purtroppo per l’animale, non era ancora stata concepita, per cui già si sapeva che il viaggio sarebbe stato senza ritorno. Per questo era stato allestito un sistema di eutanasia per il passeggero. È una cosa che oggi troviamo difficilmente concepibile e anche eticamente discutibile, di fatto, proprio la morte di Lajka nello spazio fu uno dei primi eventi che suscitarono lo sgomento dell’opinione pubblica nei confronti della sperimentazione animale. I limiti della capsula non garantirono nemmeno una morte del tutto serena per la cagnolina, i cui parametri vitali, monitorati da terra, mostrarono prima un periodo abbastanza lungo di tachicardia, poi un rientro nella normalità e infine l’affievolimento e lo spegnimento di ogni segno di vita, probabilmente dovuto al caldo e alla fatica. Nonostante allora la percezione del ruolo degli animali per la scienza fosse molto diversa, lo stesso Oleg Gazenko, uno degli scienziati più coinvolti nell’addestramento di Lajka, ha espresso alcuni anni dopo il suo cordoglio per la morte della cagnolina e molti altri animali “pionieri dello spazio”, sopravvissuti alle loro missioni, sono stati adottati da scienziati e astronauti per dar loro una vita normale.

La priorità, negli anni Cinquanta, era tuttavia procedere nella tecnologia e farlo prima degli avversari. In questo scenario Lajka ha giocato il ruolo della grande protagonista. La mattina del 3 novembre 1957, esattamente sessant’anni fa, lo Sputnik 2 con a bordo la nostra piccola eroina partiva dal cosmodromo di Bajkonur. Molti sensori hanno monitorato lo stato di salute della cagnolina per le poche ore in cui è riuscita a sopravvivere, dando all’umanità una risposta fondamentale per il prosieguo dell’esplorazione spaziale: andare in orbita è possibile.

Il monumento a Lajka a Star City: è solo uno dei diversi monumenti che sono stati dedicati alla cagnolina, in molti casi è affiancata dagli altri grandi pionieri dello spazio, di cui fa parte a pieno diritto. (Wikimedia Commons)

I riconoscimenti a Lajka, che letteralmente significa “piccolo abbaiatore”, sono stati molteplici: francobolli, canzoni, documentari e, anche se solo nel 2008, un monumento a Star City, vicino a Mosca, dove si preparano i cosmonauti prima di trasferirsi al cosmodromo di Bajkonur. A sessant’anni di distanza, mentre pianifichiamo di tornare sulla Luna e di andare su Marte, non possiamo non dedicare un pensiero alla piccola cagnolina che prima di ogni altro è uscita nello spazio, aprendoci la strada: per me è come se fosse una piccola stella con le orecchie dritte che abbaia felice nel cielo, per sempre.

 


Immagine di copertina: francobollo rumeno commemorativo dell’impresa della piccola Lajka (Wikimedia Commons)

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Author: Andrea Bersani

Fisico delle particelle, tecnologo all’INFN un po’ per tutte le stagioni. È molto curioso, soprattutto di cose che non gli serviranno mai sul lavoro.

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