Le incredibili scoperte grazie a Google Earth

Indiana Pipps, il cugino esploratore di Pippo, è da sempre il vostro personaggio preferito? Sognate di girare in lungo e in largo per deserti inospitali alla ricerca di misteri archeologici, ma fate fatica ad alzarvi dalla vostra poltrona? Non preoccupatevi, grazie a Google Earth, un software che genera immagini virtuali della Terra utilizzando immagini satellitari ottenute da telerilevamento terrestre, fotografie aeree e dati topografici, potreste scoprire qualche interessante opera dovuta ad antiche civiltà o crateri di meteoriti senza sporcarvi i pantaloni o spendere il vostro patrimonio in voli intercontinentali.

Nel 2010 il dottor Vincenzo De Michele, curatore del Museo Civico di Storia Naturale di Milano, stava “viaggiando” su Google Earth quando si è imbattuto in una forma circolare sospetta che sembrava essere una depressione nel terreno al confine tra Libia e Sudan. Una spedizione formata da studiosi dell’Università di Pisa, ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, dell’Università di Bologna, del Museo nazionale dell’Antartide di Siena e di altri enti scientifici egiziani si è recata sul luogo scoprendo un piccolo cratere dovuto all’impatto di un meteorite di poco più di un metro di diametro, pesante decine di tonnellate, caduto sulla Terra durante l’età della pietra, circa 5 mila anni fa. Cratere che si è conservato perfettamente grazie all’ambiente desertico circostante, che lo ha preservato da erosione e vegetazione. La scoperta è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista Science.

Nel 2011 l’archeologo australiano David Kennedy è riuscito a scovare quasi duemila siti archeologici sconosciuti in Arabia Saudita, tra cui più di 1000 tombe in pietra. Purtroppo Google Earth non è in grado di dire con esattezza se si tratti di reperti risalenti a 10 mila anni fa o si tratti di costruzioni beduine di “appena” 150 anni fa e solo un’esplorazione sul campo potrebbe dare risposte certe. Questa, però, in questo caso è stata negata dall’Arabia Saudita, che ha leggi molto restrittive e non permette alla maggior parte degli studiosi di visitare i siti storici più antichi. Un editto emesso nel 1994 da un consiglio di religiosi afferma, infatti, che la conservazione dei siti archeologici risalenti a epoche precedenti alla nascita dell’Islam potrebbe «portare la popolazione locale verso il politeismo e l’idolatria», minando così la religione di Stato. Google ha chiesto a Kennedy di raccontare in un video il suo lavoro:

Sempre David Kennedy ha di recente scoperto 400 porte in pietra vicino ai crateri vulcanici nella regione di Harrat Khaybar, ancora in Arabia Saudita. Si tratta di strutture geometriche, generalmente rettangolari, con lati che vanno dai 13 ai 518 metri di lunghezza. Gli archeologi non sanno quale possa essere stata la loro funzione, ma sono sicuri che si tratti di costruzioni artificiali: le costruzioni hanno basse pareti in pietra, a volte con dei pali alle estremità. I terreni in cui sono situate sono campi di lava sterili e inospitali, ma è probabile che in passato fosse una zona più florida. Forse potrebbero risalire addirittura a 7000 anni fa, e in tal caso si tratterebbe delle più antiche costruzioni umane a noi note (2500 anni prima della piramide di Cheope e 4500 prima del Partenone). L’orientazione dei rettangoli sembra non seguire una logica precisa e al momento si escludono collegamenti con le costellazioni. Google ha raccontato questa scoperta in un suo “telegiornale”, commentato però da una voce sintetica un po’ fastidiosa:

Le scoperte archeologiche realizzate grazie a Google Earth sono moltissime ed è difficile fare una rassegna completa. Tra le storie più famose, che fanno sognare, c’è quella di William Gadoury, del Québec, che a 11 anni pare si sia chiesto come mai i Maya avessero scelto di costruire i propri centri abitati lontano dai fiumi, su terreni poco fertili e tra le montagne. Allora, sapendo che i Maya veneravano le stelle, avrebbe cercato di capire se potesse esserci una relazione tra la disposizione di quest’ultime nel firmamento e i luoghi in cui sorgono 117 città, supponendo che piramidi, palazzi e costruzioni fossero stati costruiti seguendo lo schema delle costellazioni. Il suo schema sembrava funzionare, ma alle tre stelle della 23esima costellazione corrispondevano solo due città. Che la terza non fosse stata ancora scoperta? Secondo diverse fonti (CorriereRepubblicaHuffington PostOuest-FranceTelegraph e inizialmente anche la BBC), grazie all’Agenzia Spaziale Canadese e alle immagini satellitari fornite dalla Nasa, la zona impervia della penisola dello Yucatan, che secondo i suoi calcoli avrebbe dovuto ospitare dei reperti archeologici, era stata analizzata trovando, nel 2016, una delle città più grandi costruite dai Maya, a cui William avrebbe dato il nome “K’AAK’CHI”, che significa “Bouche de feu”, ovvero “Bocca di fuoco”. Purtroppo, però, la storia non è andata proprio così, e quanto riportato da più siti inizialmente aveva tratto in inganno anche chi scrive, ma non il debunker Paolo Attivissimo, che racconta come sono andate veramente le cose in un suo articolo.

Se volete cimentarvi anche voi, è sufficiente andare sul sito di Google Earth. Ma c’è di più. A ottobre Google ha annunciato una nuova funzione di Google Maps, grazie alla quale si può andare ancora più lontano ed esplorare, senza tuta spaziale, anche molti pianeti. Per farlo rimpicciolite (zoom -) la Terra il più possibile, dopo di che cliccate su “satellite view”, nell’angolo in basso a destra. Una lista di pianeti e lune vi apparirà sul lato destro.
Che vogliate rimanere sulla Terra o meno, buone comode esplorazioni!

 

* Articolo modificato il 31/01/2018 in seguito alla segnalazione del nostro lettore Christian, che ringraziamo *


Immagine di copertina: la “Struttura di Richat” nel Sahara, scoperta solo grazie all’esplorazione spaziale.

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Author: Giuliana Galati

Fisico. Tra le sue passioni spicca l’analisi critica di misteri apparentemente inspiegabili.

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