Benvenuti ad un nuovo appuntamento con “il sermone di PB”.
Oggi non vi parlerò di sirene o scie chimiche, privilegiando un discorso invece decisamente più serio e scottante, ovvero la salute degli esseri umani.

Sono rimasto sconvolto ieri nel vedere tante persone, tra cui diversi disabili, manifestare a Roma a favore di Stamina, nota azienda capitanata da Davide Vannoni e oggetto negli ultimi mesi tanto di un endorsement mediatico senza precedenti quanto di una sacrosanta presa di posizione della scienza medica a livello mondiale, immediatamente dichiaratasi scettica nei suoi confronti.

Insomma, in seguito allo stop del Ministero della salute, si torna alla carica portando i malati sulla soglia dei centri di potere, quasi con violenza. Visto che la possibilità di rosicchiare consensi sull’ordinario si riduce (per non dire si annulla, dato che a livello protocollare e scientifico il metodo Stamina fa più acqua di uno scolapasta), qualcuno cerca di fare il furbo sullo straordinario.

Normali sussulti delle civiltà decadenti. Dopotutto anche nel Medioevo mettevano le feci sulle ferite perché si riteneva che facessero bene, secondo le parole di qualche santo o monaco del tempo.
Stiamo tornando a quei tempi?
Spiace ribadirlo ma questa situazione di imbarbarimento è frutto di anni nei quali la politica non ha fatto altro che mortificare la scienza e la ricerca a favore di imbonitori e cialtroni. Ne ho già parlato in un recente articolo.

È fondamentale in questo caso che i parlamentari non agiscano sulla base del pensiero ricorrente “oddio cosa penserà di me la mia base elettorale?!?” (come sempre), ma pensino bene alle conseguenze di eventuali azioni conto il buon senso e la scienza. Una società dominata da impulsi mediatici non può che essere una distopia, sicuramente non il precursore di un futuro sereno per i nostri figli.

La comunicazione scientifica come non andrebbe fatta. (La parabola del cieco che guida altri ciechi, Pieter Bruegel il Vecchio, 1568, immagine di wikimedia)

La comunicazione scientifica come non andrebbe fatta. (La parabola del cieco che guida altri ciechi, Pieter Bruegel il Vecchio, 1568, immagine di wikimedia)

Voglio dedicare la seconda parte del sermone di oggi a chi si occupa di comunicare la scienza.
Ed è una critica, aspra. Sicuramente il sottoscritto non è un genio della comunicazione, non ha una formazione vera e propria in tal senso e ha l’unico pregio di aver individuato una strada sicuramente empirica, ma a quanto pare divertente ed apprezzata, per dire due o tre cose di scienza ad un ampio pubblico, coinvolgendo in questa avventura anche altre persone (blogger, podcast, programmatori, etc.) che la pensano allo stesso modo.
C’è però un andazzo sempre più diffuso, ultimamente, che si accosta a tanta divulgazione scientifica fatta bene; una moda incoraggiata in maniera a mio avviso esagerata anche da certe approvazioni “di peso” e che pretende di comunicare la scienza a suon di proteste, manifestazioni e contro-campagne di impatto. Qualcuno lo chiama “marketing” (ignorando probabilmente anche solo l’introduzione degli scritti di quel mostro sacro chiamato Kotler); io la chiamo “deriva pericolosa”.
Comunicare la scienza vuol dire, a mio modesto modo di vedere, rendere i contenuti accessibili, promuovendo nel proprio pubblico curiosità e determinazione a comprendere un tema e approfondirlo.
Cercare di comunicare qualcosa proponendo sempre una contrapposizione estrema, d’impatto, e, in qualche modo, violenta non può portare ad altro che ad una spirale di crescente belligeranza, a discapito totale di quel pubblico al quale vorremmo raccontare qualcosa di bello e positivo.

Invito quindi tutti ad una seria riflessione rispetto alla direzione che vogliamo prendere in futuro. Perché un conto è battersi per la cultura con le armi della cultura e un altro conto è battersi per la scienza con armi e modi che appartengono a chi la scienza la calpesta quotidianamente.

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