Oggi il peggiore incubo ambientale planetario è il riscaldamento globale, ma un paio di decenni fa avevamo uno spauracchio forse ancora più spaventoso, il buco nell’ozono. Dopo aver temuto di perdere per sempre questa protezione dai raggi ultravioletti provenienti dal Sole, fondamentale per la vita sulla Terra, riceviamo in queste settimane qualche notizia rassicurante. Sembra, infatti, che il processo si sia stabilmente invertito e che, nei prossimi decenni, torneremo alla situazione “pre-industriale”.
L’ozono è una molecola formata da tre atomi di ossigeno, che si forma nell’alta atmosfera in seguito a fulmini e radiazione elettromagnetica solare ad alta energia, a partire dalle molecole di ossigeno “normali”, formate da due atomi. L’ozono è molto instabile, la sua vita media in atmosfera è di circa venti giorni, e per questo non può essere conservato: nei processi chimici in cui è necessario viene prodotto sul momento. È molto tossico, irritante per le mucose, produce violente ossidazioni e in forma liquida è anche esplosivo. Inoltre, puzza molto: il nome ozono deriva dal greco ὄζω, cioè “puzzolente” ed è il principale responsabile dell’odore che si sente durante i temporali, i fulmini, infatti, ne producono una certa quantità anche a livello del mare.
Nonostante tutte queste caratteristiche negative, l’ozono è fondamentale per la sua capacità di schermare la Terra dai raggi ultravioletti provenienti dal Sole. In realtà, la componente più energetica dei raggi ultravioletti, i cosiddetti UVC, sono i principali responsabili della formazione di questa molecola: rompendo una molecola di ossigeno biatomico, si producono due atomi di ossigeno che con una certa facilità si legano a un’altra molecola, producendo ozono. Questo è molto efficiente nell’assorbire i raggi ultravioletti di energia intermedia, UVB, che strappano il terzo atomo alla molecola riportando il tutto allo stato originario. Il 100% degli UVC viene assorbito, e anche il 95% degli UVB, mentre la componente a energia più bassa, gli UVA, passano indisturbati, consentendoci di abbronzarci. Il fatto che abbiano energia più bassa li rende molto meno pericolosi degli altri per le forme di vita terrestri.
Senza lo schermo dell’ozono, il livello di radiazioni sulla superficie terrestre sarebbe molto più elevato e le conseguenze per la vita sarebbero sicuramente gravi, anche se difficili da immaginare. Per questo gli scienziati, quando nel 1985 si resero conto del forte assottigliamento di questo gas sopra l’Antartide, si preoccuparono molto seriamente. Già dieci anni prima si era scoperto che determinati composti del cloro, in particolare i clorofluorocarburi (CFC) potevano distruggere l’ozono: con tutte le resistenze del caso, nel 1987 con i trattati di Montreal si stabilì che i CFC dovevano essere abbandonati. Essendo stati utilizzati per decenni nelle bombolette spray e come fluido refrigerante, la rinconversione delle linee industriali non fu indolore né economicamente senza conseguenze. Nonostante la (incredibilmente) rapida adozione di contromisure, il terrore che il processo fosse irreversibile o quantomeno molto difficile da recuperare era molto forte.
Simulazione dell’evoluzione della concentrazione di ozono con le contromisure che sono state messe in atto (a sinistra) e se non fossimo intervenuto (a destra). Fortunatamente lo scenario che viviamo è quello di sinistra…
Le dimensioni del buco dell’ozono, in effetti, sono aumentate fino al 2000, nonostante il progressivo abbandono dei CFC. Da allora si sono stabilizzate e hanno lentamente iniziato a diminuire, anche se un nuovo massimo è stato raggiunto l’anno scorso: per una volta, però, non è stata colpa nostra, ma dell’eruzione del vulcano Calbuco in Cile. Le ultime analisi condotte da ricercatori del MIT di Boston e dell’Università di Leeds mostrano quelli che sembrano davvero evidenti segnali di miglioramento della situazione. La speranza è che, nei prossimi decenni, l’effetto indotto dai CFC sia completamente riassorbito.
Questa notizia è estremamente importante, sia perché ci toglie una forte preoccupazione, sia perché ci mostra che anche un disastro ambientale di proporzioni planetarie può essere sanato. Questo insegnamento è probabilmente ancora più fondamentale del risultato in sé: il riscaldamento globale ha implicazioni più serie e cause più profonde del buco nell’ozono, ma la consapevolezza che tutti insieme possiamo affrontare e risolvere un problema di queste proporzioni deve esserci di ispirazione per il futuro.
http://news.nationalgeographic.com/2016/06/antarctic-ozone-hole-healing-fingerprints/
http://science.sciencemag.org/content/early/2016/06/30/science.aae0061
http://video.nationalgeographic.com/video/news/antarctica-ozone-vin
Immagine di copertina: il massimo del 200 (NASA/Goddard Space Flight Center Scientific Visualization Studio)