Curare i tumori con un acceleratore di particelle

Nel 1946 Robert Wilson si rese conto che particolare proprietà delle particelle pesanti poteva essere sfruttata per distruggere le cellule tumorali. Wilson era all’epoca considerato uno dei “maestri” degli acceleratori di particelle e, dopo aver collaborato al Progetto Manhattan, stava costruendo un ciclotrone alla Università di Harvard. Le particelle dotate di carica elettrica, come per esempio protoni ed elettroni, quando attraversano un materiale perdono energia. Questa energia ionizza gli atomi del materiale attraversato e, come tutte le radiazioni ionizzanti, può distruggere il DNA di una cellula. Al di sopra di una certa dose, le radiazioni ionizzanti uccidono la cellula, e possono quindi essere usate per uccidere anche una cellula tumorale: l’unica difficoltà è far sì che il nostro fascio di particelle colpisca il tumore senza distruggere i tessuti circostanti… più facile a dirsi che a farsi, ma non impossibile.

La perdita di energia di una particella nella materia dipende sia dal materiale attraversato che dall’energia della particella stessa: in particolare, quando l’energia scende al di sotto di un certo valore, la ionizzazione diventa molto intensa e la particella si ferma in pochi millimetri. La dipendenza dall’energia della ionizzazione prodotta deriva da un sacco di fattori, per cui non la descriveremo nel dettaglio, quello che vogliamo sottolineare è proprio questa proprietà: negli ultimi millimetri, si ha il rilascio di quasi tutta l’energia iniziale e, conoscendo i tessuti che si devono attraversare prima di arrivare al tumore, si può regolare l’energia per arrivare alla profondità giusta.

A sinistra, il rilascio di energia per un protone in diverse sostanze: si vede a sinistra come, per energie più basse, questo aumenti molto (immagine Particle Data Group). A destra, il rilascio di energia di un protone di 110MeV di energia in acqua, in funzione della profondità: si vede a destra il "picco di Bragg", dove la maggior parte dell'energia viene rilasciata, negli ultimi millimetri del cammino del protone (immagine CERN-Geant4)

A sinistra, il rilascio di energia per un protone in diverse sostanze: per energie più basse, il rilascio di energia aumenta molto (fonte: Particle Data Group). A destra, il rilascio di energia di un protone di 110MeV di energia in acqua, in funzione della profondità: si vede a destra il “picco di Bragg”, dove la maggior parte dell’energia viene rilasciata, negli ultimi millimetri del cammino del protone (immagine CERN-Geant4)

Da allora, diversi acceleratori sono stati costruiti (o riadattati) per consentire di provare questa idea. I primi tentativi sono stati fatti con acceleratori “presi in prestito” dalla fisica delle particelle, a Berkeley, in California, nel 1954 e a Uppsala, in Svezia, nel 1957. Nel 1961 il Massachusetts General Hospital siglò un contratto con l’Harvard Cyclotron Laboratory e nei 41 anni successivi usò particelle accelerate per trattare oltre 9000 pazienti.

Nei primi anni del XXI secolo sono state costruite le prime macchine dedicate al trattamento dei tumori, la maggior parte delle quali usano protoni, ma anche ioni di carbonio. Tra queste, spicca il Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica di Pavia, il primo in Italia e il quarto nel mondo. Aperto nel 2011, era all’epoca il più evoluto dei centri di questo tipo nel mondo. Il CNAO usa un sincrotrone capace di accelerare sia protoni che ioni carbonio, in grado di trattare tumori fino a una profondità di 27 cm.

Il sincrotrone del CNAO (immagine del CNAO)

Il sincrotrone del CNAO (immagine del CNAO)

Nel frattempo sono stati aperti nuovi centri e attrezzati laboratori esistenti per poter ospitare sempre più pazienti: un centro di trattamento dei tumori, infatti, ha esigenze e caratteristiche molto diverse rispetto a un laboratorio per la fisica delle particelle. C’è bisogno di strutture di accoglienza, personale opportunamente formato e anche di apportare modifiche alle macchine. Per evitare danni ai tessuti non tumorali, soprattutto, è fondamentale avere un’ottica molto accurata per il fascio. Sia la precisione con cui definiamo l’energia delle particelle (e quindi la profondità a cui andiamo a operare) che la nostra capacità di focalizzare il fascio e renderlo il più “stretto” possibile, sono fondamentali. Inoltre, è preferibile avere un sistema di “scansione”, che muova il fascio in tutto il volume delle cellule tumorali molto velocemente, per evitare che i tessuti si scaldino localmente. Infine, un grande sforzo viene fatto per avere un modello accurato dei tessuti del paziente, in modo da poter calcolare la giusta energia “personalizzata”, perché lo spessore delle ossa, le cavità interne del nostro corpo e la distribuzione di grasso e muscoli sono diversi per ciascuno di noi.

Ciò che rende davvero unica questa terapia è che va a intervenire su un tumore anche quando il paziente non può essere operato e quando non si hanno risultati con le terapie tradizionali. Nei primi 4 anni di attività, il CNAO ha curato quasi 400 pazienti (quasi tutti quest’anno, i primi anni sono stati di test e validazione), mentre circa 3000 sono in lista di attesa. Per determinati tumori, come ad esempio quelli oculari, è attiva una convenzione tra l’Azienda Ospedaliera Cannizzaro di Catania con i Laboratori Nazionali del Sud dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, mentre è imminente l’apertura del nuovo ATREP di Trento, il secondo centro dedicato in Italia per i trattamenti adroterapici. A fine 2013 si potevano contare 51 centri di adroterapia in tutto il mondo, molti dei quali ospitati da laboratori di fisica delle particelle.

Pochi giorni fa è rimbalzata sui giornali la notizia del rischio di chiusura per il CNAO. A quanto si legge, l’assottigliamento progressivo dei finanziamenti a questo istituto sta mettendo a rischio la sua stessa sopravvivenza. Se fossimo negli Stati Uniti, potremmo aspettare che qualche miliardario benefattore facesse una grossa donazione, ma questa non sembra una pratica tanto frequente dal nostro lato dell’Atlantico. Per questo, un folto gruppo di scienziati ha già firmato una lettera rivolta alle più alte cariche dello Stato perché il CNAO, pienamente operativo da un anno, dopo 12 anni di progettazione e costruzione e 3 anni di sperimentazione, possa continuare a operare ancora per molti anni a venire.

Voci dell’aldilà

Foto 091Se vi siete persi le prime due parti del racconto le trovate qui e qui.

La nostra avventura riprende il 21 Giugno 2010. Il castello di Montebello è stato chiuso al pubblico. Sotto una pioggia incessante, la nostra auto affronta le salite e i tornanti che conducono al maniero. L’emozione del gruppo è palpabile. Come sottofondo abbiamo scelto la colonna sonora di Ghostbuster. Scelta forse scontata, ma contribuisce ad accrescere l’atmosfera.
Avevamo tutta la giornata a disposizione per montare i nostri microfoni (cinque) all’interno del castello, ma il nostro obiettivo era di concludere il set-up in poche ore per poter fare delle registrazioni di prova durante la giornata.

Il tempo passa velocemente dal momento del nostro arrivo al castello: sotto la supervisione di Marco Morocutti, fonico del gruppo, trasportiamo la strumentazione sulla ripida, scivolosa salita e montiamo le apparecchiature nei punti chiave del castello. All’ora di pranzo la stanza di accesso alla ghiacciaia era monitorata da tre microfoni e altri due erano stati installati nelle stanze adiacenti. Ma perchè usare così tanti microfoni? In fondo per registrare un suono ne basta uno. Per capirlo dobbiamo fare un passo indietro, a qualche settimana prima, quando abbiamo definito cosa volevamo verificare durante quella notte spettrale.

Intorno a un tavolo, discutevamo di come condurre l’indagine e cosa ci fosse di così convincente nel mistero di Azzurrina da rendere questa storia di fantasmi tra le più famose d’Italia.
Senza dubbio l’elemento più inquietante è dato dalle registrazioni degli anni precedenti (1990, 1995, 2000, 2003, 2005), che vengono riprodotte durante le visite al castello, sono veramente agghiaccianti. Battiti cardiaci, pianti, urla e cori di voci metalliche. Cosa avevano in comune tutti questi suoni e perché erano così convincenti? Avevamo chiara la risposta: l’origine indubbiamente artificiale. Un rumore singolo può essere qualunque cosa, ma un battito cardiaco ripetuto…sfido qualunque scettico a dimostrare che è stato registrato per caso. La deduzione è facile, se il castello era deserto e sigillato cosa può aver creato quei rumori così “umani”? La risposta è quasi ovvia: un fantasma!
Il nostro scopo quindi doveva essere non solo quello di registrare dei suoni, ma di distinguere, tra tutti i rumori notturni del castello, quelli imputabili a cause non normali o, per essere più chiari, “paranormali”.
Per farlo era importante capire l’intensità, la provenienza e la direzione del suono e per questo l’installazione di numerosi microfoni era indispensabile.

Dopo questa breve spiegazione, torniamo dunque al castello, sempre sotto la pioggia di una stranamente fredda giornata di Giugno. Mentre noi, in un ristorantino lì vicino, ci ristoravamo facendo speculazioni su come sarebbe andata la notte, nel castello, vuoto, i nostri microfoni registravano tutti i rumori. In questo modo abbiamo raccolto una base, quello che in scienza viene spesso definito “bianco”, ovvero un campione dove ci aspettiamo che non succeda niente. Usando il “bianco” come confronto è possibile farsi un’idea di cosa è anomalo e cosa invece si sente quotidianamente in un castello disabitato.

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La notte di quel 21 Giugno 2010 arrivò presto a causa del tempo nuvoloso, nonostante uno spiragli di Sole faceva capolino l’orizzonte. Le ombre del castello si allungavano progressivamente e l’atmosfera si faceva sempre più inquietante. La nostra postazione di registrazione, a oltre 50 metri dai microfoni per evitare interferenze sonore, era illuminata dagli schermi dei PC e da qualche debole torcia. Dopo un’ottima cena, durante la quale abbiamo registrato ancora qualche ora i rumori tipici del castello, siamo tornati al castello. Uno strano silenzio aleggiava tra di noi, in un crescendo d’ansia e tensione. Per alcuni siamo solo freddi scienziati, scettici indagatori dei misteri, ma non è così: man mano che si avvicinava la mezzanotte le viscere ci si attorcigliavano nello stomaco al pensiero di essere lì, a notte fonda, nella notte di Azzurrina, a girare per i corridoi bui del castello alla luce di una torcia. In quel momento non era importante se ci fosse o meno un fantasma, quel luogo era speciale. E Azzurrina poteva manifestarsi da un momento all’altro.

A pochi minuti dalla mezzanotte il castello è stato sigillato e mentre trascorrevamo la notte nell’enoteca adiacente al castello i nostri sorrisi erano tutti tesi. Cosa stava succedendo in quelle stanze? Cosa avremmo trovato la mattina successiva?
Le corte notti di Giugno hanno presto lasciato spazio all’alba e al momento della verità. Quando abbiamo tolto i sigilli e ci siamo precipitati nella stanza che dava accesso alla ghiacciaia, il castello appariva esattamente come l’avevamo lasciato. Avevamo raccolto circa 10 ore di registrazioni e forse, in quelle ore, una bambina fantasma aveva lasciato impressa la sua traccia.
L’analisi dei file ha richiesto molte ore di paziente ascolto (e di mie notti insonni), al termine delle quali avevo identificato circa 50 suoni: fruscii, colpi, fischi. Tutti questi suoni erano però suoni normali, registrati anche nei “bianchi”.
Tra suoni però ce n’erano alcuni molto misteriosi: un battito cardiaco, un urlo e una voce.
Tutti appena percettibili, ma distintamente ascoltabili.
Il mistero però è durato poco: il battito non era altro che il movimento degli infissi di una finestra, che avevamo registrato anche in una delle registrazioni di confronto; quello che pare un urlo è in realtà un insetto che passa vicino a uno solo dei microfoni; le voci sono interferenze radio anch’esse presenti in solo uno dei microfoni, proprio quello che aveva una schermatura peggiore rispetto agli altri utilizzati.
Nessun fantasma quindi, almeno non in quel Giugno del 2010. Ma allora, le registrazioni degli anni precedenti?

Si tratta di spezzoni estratti dagli originali amplificati, modificati e filtrati per esaltare il suono misterioso. Per capire di cosa si tratta sarebbe necessario esaminare le registrazioni originali, attualmente in possesso del Laboratorio Interdisciplinare di Ricerca Biopsicocibernetica.
Ci abbiamo provato, ma per ottenere tali file ci è stato richiesto di esibire lo Statuto, le finalità della ricerca, il metodo che avremmo utilizzato, le modalità di analisi impiegate, gli strumenti (hardware e software), i modelli interpretativi, i nomi e le qualifiche dei ricercatori che avrebbero avuto accesso allo studio. Il documento contenente tali informazioni sarebbe stato esaminato dal Consiglio Direttivo del Laboratorio e, se approvato, avrebbe portato alla sottoscrizione di un accordo tra il nostro gruppo e il Laboratorio, con l’intervento di studiosi scelti fra le rispettive associazioni.
Purtroppo, non essendo in grado di determinare a priori molte di queste informazioni, non ci è stato possibile soddisfare le richieste.
Per ora, quindi, non possiamo fornire alcuna spiegazione su come siano stati ottenuti i suoni impressi nelle precedenti registrazioni, tuttavia possiamo dire con certezza che nulla del genere si è ripetuto la notte del 21 Giugno 2010.
I file completi, compressi in mp3, raccolti dal nostro gruppo nel 2010 sono, invece, liberamente ascoltabili e utilizzabili secondo le modalità stabiliti dalla licenza Creative Commons di questo sito.

Siamo giunti al termine di questo racconto, un’avventura che parte 700 anni fa e arriva ai giorni nostri. Certo, non abbiamo trovato nessun fantasma, ma è così importante che quella leggenda sia realtà? Una storia dell’orrore è forse mai iniziata con un disclaimer che vi avvisa che i fatti narrati potrebbero essere frutto di invenzione per suggestionarvi? Se andate al castello, magari durante le visite notturne, fermatevi un secondo, lasciate perdere il racconto della guida su energie, tavoli che volano e sedute spiritiche, guardatevi intorno, guardate i quadri, le ombre, i corridoi bui e un brivido correrà lungo la vostra schiena. Io quei corridoi li ho percorsi di notte, da solo, e credetemi, la suggestione di quel luogo va ben oltre l’esistenza di un fantasma. Come nei libri o in un bel film, lasciatevi suggestionare, ma non fatevi togliere la capacità di distinguere la realtà da un racconto, per quanto bello.

Ah, quasi dimenticavo, volete sapere dell’impronta indelebile sul soffitto? Non potevo andarmene dal castello senza capire la sua origine. Posso dire che non è nulla di paranormale, ma non posso rivelare pubblicamente i dettagli. Se però ci vediamo da qualche parte per una pizza o una birra prometto che vi racconto cosa è successo.

Ringrazio il gruppo di investigatori che ha collaborato a questa indagine: Marco Morocutti, Giuliana Galati, Nicolas D’Amore, amici di mille avventure ed Elettra Meneghin che mi ha accompagnato in questa avventura. Un grazie va senz’altro a Daniela Condello, curatrice del castello: senza la sua disponibilità tutto questo non sarebbe stato possibile. Infine ringrazio il CICAP per avermi insegnato tutto ciò che so sull’indagine del paranormale.

“Signor Sulu, alzare gli scudi”

Chi è appassionato di Star Trek ha riconosciuto sicuramente questa frase, e dev’essere risuonata in mente ai ricercatori dell’Università del Colorado a Boulder quando si sono trovati ad interpretare i dati che le due sonde gemelle Van Allen della NASA avevano inviato loro. Queste sonde erano state lanciate nel 2012 per investigare la natura delle fasce di Van Allen, due strutture formate da elettroni e protoni che si trovano ad alta quota oltre l’atmosfera, estendendosi fino a 40000 km di altezza e oltre sopra l’Equatore. Queste strutture sono come enormi ciambelle di elettroni e protoni, intrappolati dal campo magnetico terrestre, che interagiscono con le particelle provenienti dal cosmo, deformandosi, perdendo particelle e intrappolandone di nuove. In particolare le fasce di Van Allen interagiscono con il vento solare, un continuo flusso di protoni proveniente dal sole e variabile nel tempo, con picchi di attività in corrispondenza di eruzioni o esplosioni sulla superficie del Sole.

Delle fasce di Van Allen si è parlato sui giornali in occasione del recente lancio della nave spaziale Orion: tra le moltissime insidie che un mezzo di trasporto pensato per portare esseri umani oltre la cosiddetta “orbita terrestre bassa (low Earth orbit, LEO)”, una delle più grandi è attraversare questa regione. La prima fascia di Van Allen, in particolare, si estende tra un’altezza di alcune circa 1000 e circa 6000km, oltre l’orbita della Stazione Spaziale Internazionale, per capirci, ed è prevalentemente formata da protoni. La quantità di radiazione assorbita da un astronauta che la attraversasse (ma anche dai computer di bordo della nave spaziale) è abbastanza grande da rappresentare un potenziale fattore di rischio. Durante le missioni Apollo, tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, gli astronauti ricevettero una dose di radiazione, nei loro viaggi, compresa tra il 10% e il 20% del massimo consentito dalla legge americana per un lavoratore radioesposto in un anno. Se per gli uomini questi numeri non sono particolarmente grandi, per i computer possono essere letali… con conseguenze tragiche anche per l’equipaggio.

Una visione artistica delle fasce di Van Allen (Immagine NASA)

Una visione artistica delle fasce di Van Allen (Immagine NASA)

Pochi giorni fa, il gruppo guidato dal Professor Daniel Baker di Boulder, appunto, ha pubblicato una incredibile scoperta su Nature. Si sapeva che le fasce di Van Allen sono in grado di fermare una parte dei raggi cosmici che le scontrano, ma a quanto pare il meccanismo con cui lo fanno non ci è ancora del tutto chiaro. Si pensava che gli elettroni interagissero diverse volte con le particelle intrappolate dal campo magnetico terrestre e che quindi perdessero la loro energia lentamente, in molte interazioni, invece, a quanto pare, vengono bloccate in modo molto repentino ad un’altezza di circa 12000 km, all’incirca al margine interno della fascia esterna.

Il professor Baker ha dichiarato, parlando di questo fenomeno, che “è quasi come se questi elettroni scontrassero un muro di vetro nello spazio… qualcosa di simile agli scudi creati dai campi di forza di Star Trek, che erano usati per respingere le armi aliene, noi stiamo vedendo uno scudo invisibile che blocca questi elettroni. È un fenomeno estremamente misterioso”.

Gli scienziati pensavano che elettroni di alta energia, catturati dal campo magnetico terrestre a 100000 km di altezza, perdessero gradualmente energia e si avvicinassero alla Terra, fino a raggiungere gli strati più alti dell’atmosfera ed essere assorbiti. L’invisibile barriera osservata dalle sonde Van Allen, però, impedisce agli elettroni di raggiungerci. Il punto è che non sappiamo perché.

Diversi possibili scenari sono stati investigati, dalle caratteristiche del campo magnetico ai segnali radio prodotti dall’uomo, ma nessuno è scientificamente affidabile. La natura, come fa notare Baker “aborre gli scalini e generalmente trova il modo di spianarli, per cui dovremmo vedere alcuni elettroni muoversi verso l’interno e altri verso l’esterno… non è ovvio come i lenti graduali processi che dovrebbero essere coinvolti nel moto di queste particelle possano cospirare a creare un così netto e persistente confine in questo punto dello spazio”. Al momento la spiegazione più attendibile sembra coinvolgere la plasmasfera, una regione dell’atmosfera esterna fatta di gas ionizzato relativamente freddo, che dovrebbe produrre del “rumore elettromagnetico” in grado di respingere questi elettroni.

In attesa di nuove osservazioni, cerchiamo di capire come si possa produrre un fenomeno di questo tipo: la radiazione proveniente dal cosmo crea infatti un sacco di problemi, sia ai satelliti artificiali che soprattutto agli astronauti. Oggi, in vista di una possibile spedizione umana verso Marte,uno dei più grandi problemi da risolvere è proprio come proteggere gli astronauti dalle radiazioni cosmiche. Al momento si stanno studiando schermi magnetici molto grandi e complessi, per generare una regione “sicura” in cui ospitare le persone.

Una proposta di scudo magnetico (basato su 6 solenoidi superocnduttori) allo studio presso la NASA (Immagine NASA)

Una proposta di scudo magnetico (basato su 6 solenoidi superocnduttori) allo studio presso la NASA (Immagine NASA)

Scoprire come la natura abbia creato uno schermo così efficiente sarebbe estremamente interessante, per i futuri viaggi spaziali… là, dove nessuno è mai giunto prima.

Scientificast #62: Tentare di conquistare il mondo!

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Un nuovo appuntamento con il podcast di Scientificast, tra attualità e curiosità dal mondo della scienza.

pinky-en-brainParliamo di Vaccini e del recente caso di ritiro da parte dell’Agenzia Italiana del Farmaco. Lo facciamo insieme al Dr.Daniele Angioni, medico chirurgo. Come sempre si è generato panico per nulla in quanto nessun riscontro è stato trovato in merito alle morti cosiddette “sospette”.
PER APPROFONDIRE:
Nota ufficiale del Ministero della Salute sul vaccino FLAUD
Un articolo interessante di Luca Sofri su come è stata trattata (male) la notizia.

Missione FUTURA. Parte l’Expedition 42 che vede coinvolta l’italiana Samantha Cristoforetti. A seguito del bellissimo LIVE coverage dei ragazzi di AstronautiCAST, abbiamo in studio il nostro collaboratore Marco Zambianchi che ci spiega le prime fasi della missione e i dettagli dei prossimi mesi di permanenza per Samantha sulla Stazione Spaziale Internazionale.
PER APPROFONDIRE:
- I dettagli della missione Futura e la traduzione del diario di Samantha, sulle pagine di AstronautiNEWS.
Avamposto 42, il sito curato da ASI ed ESA sulla missione di Samantha.

Data Journalism. Ne sentiamo spesso parlare ma di cosa si tratta? Ne parliamo con Alessio Cimarelli, CEO e fondatore di DataNinja.it

Infine, parliamo di topi. Topi particolarmente furbi, che hanno parte del sistema nervoso centrale umano. Siamo all’alba del Mignolo col Prof in versione reale? Ovviamente no, ma ci piace immaginarlo.
PER APPROFONDIRE:
- [ENG] The smart mouse with the half-human brain (New Scientist)
[ENG] Journal of Neuroscience: A Competitive Advantage by Neonatally Engrafted Human Glial Progenitors Yields Mice Whose Brains Are Chimeric for Human Glia

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Lo stomaco di ferro degli avvoltoi

Converrete con me sul fatto che gli avvoltoi siano degli animali davvero poco pucciosi. Probabilmente è la loro abitudine di cibarsi di carogne che non li fa rientrare nella top ten degli animali più amati dai grandi e dai piccini ma, nonostante questo, non si può negare il loro fondamentale ruolo nell’ecosistema di cui fanno parte: cibandosi dei cadaveri diminuiscono la possibilità di propagare un gran numero di infezioni.

Un simpatico avvoltoio cerca posteggio nelle vicinanze del suo ristorante preferito (foto di)

Un simpatico avvoltoio cerca posteggio nelle vicinanze del suo ristorante preferito (foto di Lip Kee)

Ma come fanno a mangiare carne putrescente senza stare male? I cadaveri in decomposizione pullulano di batteri e muffe. Chiunque abbia mai sofferto di un’intossicazione alimentare si è trovato a combattere non tanto contro i microrganismi, che di per sé non sono per forza patogeni, ma contro i loro metaboliti. Muffe e batteri producono tossine che ci fanno stare male, ma non fanno stare male gli avvoltoi, che possono banchettare sulla carogna di un animale morto da giorni, anche in casi estremi come quando nella decomposizione si infiltrano batteri del terreno come il famigerato Bacillus anthracis.

Un recente studio ha fatto luce sui meccanismi che permettono a questi maestosi uccelli di ingozzarsi di succulenti cadaveri e non dover cacciare direttamente le loro prede. Prima di tutto gli avvoltoi hanno uno stomaco di ferro, nel senso che digeriscono davvero qualsiasi cosa. Sul becco degli avvoltoi è possibile trovare più di 500 specie di batteri e tracce di DNA dei loro precedenti pasti. Nell’apparato gastrointestinale, invece, le specie batteriche si riducono a 76 e non c’è nessuna traccia di DNA esterno. Lo stomaco degli avvoltoi, quindi, distrugge tutto quello che gli passa attraverso, persino il DNA (che è fatto per resistere a condizioni estreme). I batteri che popolano l’intestino degli avvoltoi sono prevalentemente di due tipi: clostridi e fusobatteri, famiglie batteriche note per essere delle grandi produttrici di tossine (il botulino, per esempio, è un clostridio). Questi batteri servono agli avvoltoi come “probioma” – un po’ come la nostra flora intestinale –, occupando e difendendo l’ambiente in cui vivono e impedendo la proliferazione di altre specie batteriche.

Il prossimo passo sarà sequenziare il genoma di questi batteri per capire con precisione quali sono i ceppi batterici in questione. L’aspetto interessante è il fatto che è possibile ritrovare un simile scenario analizzando l’intestino dei coccodrilli. Comparando I microbiomi (l’insieme dei ceppi batterici presenti) degli avvoltoi e dei coccodrilli impareremo qualcosa di più sulle tecniche evolutive dei mangiatori di carogne.

 

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  1. Roggenbuck, I. Bærholm Schnell,N. Blom, J. Bælum, M. Frost Bertelsen, T. Sicheritz Pontén, S. J. Sørensen, M. T.s P. Gilbert, G. R. Graves, L. H Hansen The microbiome of New World vultures. Nature communications; 25 November 2014 doi:10.1038/ncomms6498

I misteri di Montebello

Sala ghiacciaiaLa nostra storia si era fermata la notte del 21 Giugno 2010, mentre il nostro gruppo di investigatori dell’occulto si trovava all’interno del castello di Montebello, a pochi minuti dalla mezzanotte, pronti ad attivare i microfoni per le registrazioni.
La leggenda vuole che 635 anni prima, il 21 Giugno 1375, in quella stessa stanza, una bambina di nome Guendalina stesse giocando con la sua palla di pezza. Guendalina non era una bimba come tutte le altre, aveva i capelli bianchi e la pelle chiarissima, Guendalina era albina. In un’epoca di superstizione e paura essere albini poteva voler dire essere uccisi anche in modi piuttosto cruenti.
Per proteggere Guendalina, la madre tentò di nascondere l’albinismo della figlia tingendole i capelli, ma questi non trattenevano il colore che svaniva rapidamente lasciando solo un leggero riflesso azzurro, da qui il soprannome Azzurrina. Il padre, uomo influente, decise allora di far vivere la bambina nel castello, circondata da guardie che ne garantivano la sicurezza. Azzurrina venne dunque affidata a due soldati, Domenico e Ruggero, che dovevano tenerla d’occhio e non perderla mai di vista.

Il racconto narra che il 21 giugno 1375, mentre fuori imperversava un forte temporale, Azzurrina giocava con una palla fatta di stracci, quando, improvvisamente il giocattolo inizia a rotolare incontrollato giù da una rampa di scale che conducono alla ghiacciaia. La stanza ha un unico accesso perciò le due guardie si limitano ad osservare la scena attendendo il ritorno della bimba, ma Azzurrina non risalirà mai quelle scale, scomparendo nel nulla.
Da allora la leggenda vuole che ogni cinque anni, la notte del 21 giugno, la voce di Azzurrina torni a farsi sentire proprio nella stanza di accesso alla ghiacciaia, oggi chiusa. Del luogo dove, secondo il racconto, Azzurrina scomparve rimane solo un accenno di scale che non conducono più da nessuna parte.

Torniamo al presente, precisamente nel 1989, anno nel quale il castello viene aperto al pubblico. Sin da quegli anni leggenda di Azzurrina attira l’attenzione dei media tanto che nel 1990 alcuni tecnici della RAI hanno provato ad effettuare delle registrazioni. Loro sono stati i primi di una lunghissima serie di curiosi decisi a vedere oltre il velo di leggenda che avvolge la vicenda di Azzurrina. Tra i principali è stato l’Istituto di Parapsicologia di Bologna ad effettuare il maggior numero di registrazioni i cui spezzoni vengono tutt’oggi riprodotti durante le visite guidate al castello. Nel 2005, oltre alle registrazioni, il gruppo decise di effettuare anche riprese video con delle telecamere.
Riguardando il filmato ci si accorse, però, che dopo circa 40 minuti tutte le telecamere si erano spente. In uno degli ultimi fotogrammi prima dello spegnimento, una telecamera aveva ripreso una sfera bianca nel corridoio dove c’era l’accesso al nevaio. Sono state scattate anche varie fotografie e in una di esse si può notare, in basso a destra, qualcosa che sembra una figura che indossa un abito lungo.

I misteri del castello però non sono finiti e non si limitano alla stanza di accesso alla ghiacciaia. L’ala rinascimentale del castello è dominata dalla sala delle feste, la più grande dell’edificio. In questa sala sono state più volte organizzate sedute medianiche, durante le quali si racconta siano avvenuti numerosi fenomeni di carattere soprannaturale: dallo spostamento di oggetti attraverso la stanza, alla levitazione di piccoli oggetti e addirittura di un tavolo del peso di oltre 150 Kg!

Nel 2000, durante una di queste sedute, si racconta che siano comparsi dal nulla degli oggetti (chiamati in gergo “apporti“) tra cui alcuni frammenti di un vaso e di una fibbia, che attualmente sono conservati dai proprietari del castello.

C’è ancora una storia che farebbe rabbrividire anche il più coraggioso dei visitatori. Siamo in un tiepida mattinata di aprile ed il custode stava spazzando una delle stanze adiacenti al salone delle feste. Testa china, indaffarato nel suo lavoro di preparazione del castello prima dell’arrivo della guida e dei turisti. D’improvviso con la coda dell’occhio nota una macchia scura, forse un’ombra, muoversi lungo le pareti. Mosso dall’istinto solleva il capo e a pochi metri da lui si staglia una figura femminile, cadaverica a testa in giù, i capelli lunghi che sfiorano il pavimento e i piedi innaturalmente appoggiati al soffitto in legno.
La prima guida giunta al castello ha raccontato di averlo trovato rintanato in un angolo, terrorizzato. Rientrando nella stanza i due si accorsero che sul soffitto in legno erano presenti strane macchie bianche. Cercarono di cancellarle con l’acqua, ma appena l’acqua si asciugava queste riapparivano.
Guardandole meglio si accorsero che non si trattava di semplici macchie, bensì di orme di piedi.
Sicuramente una storia, certamente, adatta forse per una serata tra amici intorno ad un falò, ma il fatto curioso è che una di queste impronte è ancora lì oggi, visibile a tutti.
Con un po’ di attenzione si possono notare l’alluce, quattro piccole dita e il tallone di un piede taglia 34-35, come quello di una bambina.

Molte testimonianze dirette di questi avvenimenti sono perse per sempre. I custodi cambiano nel corso degli anni, i nomi dei medium dimenticati così come le generalità di molti altri testimoni oculari di questi misteriosi e inspiegabili fenomeni. Rimangono però le registrazioni fatte nel corso degli anni e in quella notte del giugno 2010 finalmente saremo noi i testimoni diretti di quello che avviene tra quelle antiche e suggestive mura…(continua)

 

 

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