Tubercolosi oggi

Quando si parla di tubercolosi, il pensiero corre ai tempi della prima rivoluzione industriale, a personaggi usciti da un romanzo di Dickens, a qualcosa che ormai appartiene al passato. I malati di tubercolosi, o tisi, come si diceva un tempo, erano il simbolo della miseria umana dei tempi. Persone consunte, spesso appartenenti alle classi sociali più basse, con una tosse insistente e debilitante. Nessuno penserebbe che oggi la tubercolosi sia ritenuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità una delle emergenze sanitarie globali, e in alcuni Paesi stia riemergendo con ceppi resistenti ai farmaci.

Mycobacterium tuberculosis, o MTB, è il nome del batterio che causa la tubercolosi, malattia che in passato ha flagellato l’Europa diffondendosi tra le popolazioni più povere. Si hanno informazioni riguardo questo patogeno già dall’Antico Egitto (circa 2000 a.C.), anche se il ritrovamento più antico risale a circa 17000 anni fa, con il rinvenimento di DNA appartenente al Micobattario in un bisonte ad oggi estinto.

MTB si trasmette per via aerea, attraverso starnuti, colpi di tosse e fonazione. Una volta raggiunti gli alveoli polmonari colpisce un particolare tipo di cellula del sistema immunitario: il macrofago. La conseguente attivazione del sistema immunitario è la diretta responsabile del danno al polmone, infatti non riuscendo ad eradicare l’infezione, le cellule immunitarie cercano di contenerne la diffusione creando un granuloma nei pressi del sito di attivazione immunitaria. L’attivazione cronica delle cellule formanti il granuloma è la diretta responsabile del danno ai polmoni. Nel 90% dei casi la tubercolosi è asintomatica e solo con un abbassamento del sistema immunitario c’è una recrudescenza della malattia. Sempre che non si abbia una co-infezione in corso, caso molto comune nelle zone più povere del pianeta, ed è proprio lì che si concentra la maggior diffusione di MTB.

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Incidenza della tubercolosi nel mondo. Fonte: World Health Organization

L’Organizzazione Mondiale della Sanità nel suo ultimo rapporto stima 9 milioni di casi di tubercolosi nel 2013 con circa 1 milione di decessi. Ad oggi non esiste un vaccino efficace, l’unico ad oggi disponibile è il Bacillo Calmette-Guérin (BCG), ideato più di 100 anni fa e ottenuto da un ceppo attenuato di Mycobacterium vaccae. Il BCG è efficace solo contro alcune forme severe di tubercolosi nei bambini, mentre la sua efficacia negli adulti è molto variabile e dipende dalla popolazione a cui è sottoposto. Ad oggi si battono diverse strade per la formulazione di un vaccino efficace, ma c’è ancora molto da comprendere sui meccanismi di infezione.

La terapia farmacologica prevede l’assunzione di ben sei diversi antibiotici, tra battericidi e batteriostatici, e dura 9 mesi. E’ particolarmente efficace se portata a termine correttamente, ma è facile immaginare come una terapia così lunga e con molti farmaci risulti complessa e onerosa. Di conseguenza le persone affette da tubercolosi non sempre portano a termine la terapia, ma la interrompono appena iniziano a sentirsi meglio, soprattutto tra le popolazioni povere che non possono permettersi la spesa dei farmaci.

Grazie a questo fenomeno sono emersi ceppi di MTB resistenti agli antibiotici, infatti in quei casi in cui la terapia non è stata portata correttamente a termine si è verificata la così detta “selezione antibiotica“, ben nota a chi lavora in ambito sanitario. Sempre secondo l’OMS i casi di resistenza antibiotica sono in crescita e la cosa più preoccupante è che, dei ceppi resistenti, circa il 20% presenta una multi-resistenza, cioè il ceppo di MTB è resistente a più di un antibiotico.

Fare oggi un test per vedere se si è affetti da tubercolosi non è così semplice. E’ disponibile il TST (Tuberculin Skin Test): un’iniezione intradermica che deve essere controllata dopo 2 giorni per vedere se c’è stata reazione. Il problema di questo test è che, anche se si risultasse positivi, non significa che si è affetti da tubercolosi. Occorrerebbe fare un ulteriore test, molto oneroso per il sistema sanitario, per averne la conferma.

La prevenzione e il corretto uso dei farmaci sono, ad oggi, l’unica soluzione immediata al problema, in attesa che la ricerca in campo medico faccia passi avanti. L’ulteriore lezione che si può apprendere è quella del corretto uso degli antibiotici, troppo spesso usati male, non solo in casi particolari come quello di MTB, ma anche nella vita di tutti i giorni.

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Incidenza dei nuovi casi di tubercolosi resistente ad antibiotici. Fonte: World Health Organization

[immagini tratte dal Global Tuberculosis report 2014 del World Health Organization]

Scientificast #61 – Il clima che cambia

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cambiamenti-climatici-e-salutePuntata a tema singolo. A seguito della conferenza di Copenhagen dell’IPCC, abbiamo voluto dedicare un’intera puntata del nostro podcast per parlare di cambiamenti climatici. Occorre agire, occorre farlo ora e senza titubanze politiche o dubbi di sorta.

Per parlarne con noi abbiamo Serena Giacomin, fisico dell’atmosfera e conduttrice del programma Prometeo, su Class TV (in onda ogni giorno alle 17, canale 27 DTTV).

Un altro grande e spiacevole effetto dei cambiamenti climatici è l’acidificazione degli oceani e la progressiva modifica della vita marina. Ne abbiamo parlato con la Professoressa Mariachiara Chiantore del DISTAV (Dipartimento di Scienze della Terra
dell’Ambiente e della Vita), Università di Genova e con i suoi collaboratori Danilo Pecorino e Valentina Asnaghi.
PER APPROFONDIRE:
- Ocean acidification blog
- Portale di raccolta dati dell’ IAEA

Infine, un po’ fuori tema ma sicuramente interessante, vi consigliamo la lettura dei più recenti articoli di Astronautinews, riguardanti la missione ESA Rosetta, giunta al suo culmine la scorsa settimana con la discesa su suolo cometario del lander Philae.

E vi ricordiamo la diretta di Astronauticast per il lancio di Samantha Cristoforetti, previsto per domenica 23 Novembre; la diretta partirà alle 20.45 al seguente link.

Grazie a Ennio, Mariangela e Andrea per il sostegno economico al nostro progetto. Vi ricordiamo che potete sostenere le attività di Scientificast tramite l’apposito pulsante PayPal che trovare sulla colonna destra di questo blog.

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Rosetta e la regola del gibbone

Gibbone equilibrista - Repubblica.it

Gibbone equilibrista – Repubblica.it

Da alcuni giorni imperversa su internet un servizio tratto dal TG4 (no non vi linko l’originale) dove Mauro Buffa commenta impietoso la scelta dell’ESA (Ente Spaziale Europea) di inviare una sonda su una cometa (definita “sasso”). Spreco di soldi, tutto per “eccitare qualche scienziato” e per “un reperto archeologico” poco interessante come l’indagine dell’origine della vita sulla Terra.
Il mondo scientifico (e non solo) si è indignato davanti a un servizio che dichiara che l’ESA “lavora per rovinarci” e su facebook innumerevoli sono state le condivisioni scandalizzate e gli articoli di protesta.
Nessuno ha capito che la mossa segue la tipica regola del gibbone che dice che “per fare audience devi fare il co…ntrario dell’ovvio e attirare l’attenzione”.
Secondo voi chi mai avrebbe badato a uno dei numerosi servizi del TG4? Quanti contatti in più avranno fatto grazie a questo servizio? Pensate che mentre la sonda si avvicinava all’asteroide e il mondo seguiva in trepidante attesa, Rai 1 mandava in onda un’intervista a una sensitiva. La trovata degli autori di Rai 1 era geniale, ma quella della redazione del TG4 si è rivelata indubbiamente superiore e infatti ha messo in ombra persino la brillante pensata della TV di stato.
Non solo le televisioni conoscono la regola del gibbone, anche noi di Scientificast la conosciamo bene e abbiamo contattato dei professionisti: gli amici di Feudalesimo e Libertà.

Questa gruppo lavora assiduamente per il ripristino dei diritti feudali in Italia e in Europa. Gli abbiamo posto alcune domande a proposito di Rosetta e dello sviluppo scientifico moderno.

Prima di tutto vorrei ringraziarvi per la disponibilità e mi scuso se non riesco ad adeguare il mio linguaggio a quello comunemente usato in epoca feudale. La scuola non mi ha istruito in tal senso e me ne rammarico tutti i giorni. Veniamo, dunque, al punto: cosa pensate di questa missione spaziale? E’ corretto mandare una sonda su una cometa per carpirne i segreti?

Buondì Messeri! Noi siam del parere che in tanti abbian preso un granchio colossale. Le comete, infatti, son costituite da Intangibile Luce Divina et niun oggetto si puote posar su di esse. Inoltre siam certi che l’Altissimo avrebbe fulminato qualunque marchingegno che avesse osato avvicinarsi troppo allo Regno dei Cieli, importunando le schiere di Cherubini che ivi dimoran.

Tuttavia, non vogliam mettere in dubbio la veridicità delle tante imago che son state scattate poiché habemus poco a che fare con li complottisti. Infatti, vedendo codesto marchingegno volare nelli cieli et immaginando fosse un uccello-meccanico spargitore de’ scie alchemiche, uno dei nostri genieri ha puntato su di esso la sua catapulta, mancandolo di poco. L’aggeggio in seguito, alla guisa delle zanzare, s’est diretto verso il masso appiccicandosi ad esso.

Il lander che ora si trova sulla cometa porta come firma un importante contributo italiano. Voi, se aveste potuto decidere, come avreste speso questo denaro?

Sicuramente non in maniera così stolida, visto che di pietre da studiare ve ne son tante et visto che noi per realizzare dei fori utilizziam un economico trapano a manovella, utile ad esempio per curare il mal di capo: siam totalmente contrari alli sperperi di danaro pubblico! In codesto periodo riteniam sia necessario investire denaro in Operæ Pubbliche de’ primaria importanza come cattedrali gotiche, cinte murarie et moli per la Terra Santa. Inoltre si avvicina il compleanno dello Imperatore et i suoi sudditi pensavan di regalargli una nuova corona poiché quella attuale ha solmente CLXXII gemme incastonate et quindi non est abbastanza adatta allo suo splendore et alla sua magnificentia.

Il fisico inglese Matt Taylor si è presentato in televisione per parlare di Rosetta con una camicia ritraente delle pin-up che poco spazio lasciavano alla fantasia. Cosa ne pensa Feudalesimo e Libertà?

Cogitiam che la camicia ch’egli indossava sia assai spregevole sia moralmente, con tutte quelle dame ignude, sia esteticamente, poiché siam usi ad indossar delle tabarde monocromatiche anziché delli abiti da Arlecchino. Tuttavia, li suoi abiti ci paion assai meno spregevoli dello suo orgoglio nell’haber dissacrato li confini decisi da Iddio.

Non si tratta solo di spazio, viviamo in un’epoca dove ci sono organismi geneticamente modificati, le distanze sono quasi annullate dai voli intercontinentali, imperversano PC, internet, la spunta blu di whatsapp. Dobbiamo fare qualcosa per fermare questa degenerazione, cosa suggerite agli scienziati che oggi lavorano nei laboratori e che un giorno potrebbero essere parte di un progetto discutibile come quello di Rosetta?

Suggeriam loro de’ pentirsi finché sono in vita, perché Satana sta corrompendo la loro anima et prima o poi verrà lo momento in cui arriverà a prendersela. Ma pentirsi a voce non basterà, per dimostrare d’haber rinunziato allo diabolo bisognerà anche riscaldarsi collo foco prodotto da:
–  tavole periodiche che mostrano più di IV elementi (acqua, aria, terra, fuoco);

- tomi che afferman che la Terra est spherica et gira attorno allo Sole anziché star immobile al centro dell’Universo;

- tomi che afferman che le mele cadon sullo capo delli scientiati che si sollazzano all’ombra per qualche misteriosa et irrazionale forza, et non perché Iddio gli ha voluto mandare un segno per  smetterla di batter la fiacca;

- tomi che afferman che le scimmie son parenti nostri, al massimo saran parenti de’ Carlo Darvittoria et delli suoi seguaci.

 

Speriamo che queste parole siano servite ai nostri lettori per capire che si stava meglio quando si stava peggioTM e che è ora di finirla con questo sviluppo e questa ricerca. Meglio morire a 30 anni di pellagra che campare fino ad 80 consapevoli dei segreti del mondo che ci circonda.

Atterrare su una cometa – adesso!

Su un muro nel Jet Propulsion Laboratory della NASA c’è un motto, “Dare Mighty Things” (“osate cose grandiose”, una citazione di Theodore Roosvelt) e, molte volte, chi lavora nel mondo dell’esplorazione spaziale lo ha fatto davvero. Oggi dalla sonda Rosetta dell’Agenzia Spaziale Europea si è staccato il modulo Philae, il primo oggetto costruito dall’uomo che scenderà su una cometa, per analizzarla e studiarla direttamente dalla sua superficie.

Dopo un viaggio durato un decennio e molti milioni di chilometri percorsi, la sonda Rosetta si è allineata alla cometa 67P/Churryunov-Gerasimenko e ha iniziato a seguirla nella sua rotta verso il sistema solare interno. Con una serie di manovre, si è posta in orbita intorno ad essa mandandoci una enorme quantità di immagini ad altissima risoluzione della superficie.

La cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko e un ingrandimento dell'area dove Philae tenterà di "atterrare".

La cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko e un ingrandimento dell’area dove Philae tenterà di “atterrare”.

Stamattina il modulo Philae si è distaccato e ha iniziato la sua caduta verso la superficie: la gravità della cometa è molto piccola, per cui la discesa sta avvenendo in caduta libera. Appena “toccherà cometa” (“toccherà terra” suona inadeguato, come “atterrare”, ma “accometare” mi sembra un po’ eccessivo), si ancorerà alla superficie ed inizierà a fare misure sul materiale di cui questo oggetto celeste è composto.

L’atterraggio non sarà uno scherzo: la consistenza della superficie non è nota, ci sono “montagne” e “avvallamenti”, addirittura Philae potrebbe rimbalzare via, se le cose non andranno nel migliore dei modi. Questa è considerata la più complessa manovra mai tentata nello spazio e, per gli operatori dell’ESA e della NASA, saranno “sette ore di panico”, tanto durerà la discesa del lander.

Se tutto funzionerà come atteso, i 10 strumenti del lander inizieranno a prendere dati e ad inviarli verso la Terra. Dei circa 100kg che pesa in totale Philae, gli strumenti rappresentano il 30%.La maggior parte di essi sono pensati per analizzare chimicamente questo corpo celeste: le comete sono, secondo la definizione che ne venne data ai tempi dei primi fly-by in prossimità della cometa di Halley, “palle di neve sporca”, ovvero oggetti non del tutto compatti, composti principalmente da acqua ghiacciata, “sporcati” da composti contenenti carbonio. In questo materiale potrebbero essere presenti molecole organiche: avere una conferma di questo avvalorerebbe la teoria secondo cui le prime molecole organiche sono arrivate sul nostro pianeta proprio attraverso gli impatti di comete, durante le prime fasi di vita del nostro sistema solare.

Moby una decina di anni fa cantava “We Are All Made of Stars”, e oggi cercheremo di capire se sono state le comete a portare questa “polvere di stelle portatrice di vita” sulla Terra. Nel frattempo, potremo seguire la discesa di Philae attraverso il live dell’ESA…

EDIT 17:30

Philae è atterrata secondo le previsioni! Tutto ha funzionato perfettamente e il lander è agganciato alla superficie della cometa, i sistemi comunicano e gli esperimenti possono cominciare! Ecco la gioia degli scienziati quando hanno ricevuto le prime comunicazioni…

EDIT 19:24

Philae ha riscontrato alcuni problemi con l’arpione che sembra non aver funzionato a dovere. Siamo in attesa della conferenza stampa delle 19:30 nella quale sapremo maggiori dettagli.

EDIT 20.30

Il lander ha dato segnali incoraggianti ma probabilmente è leggermente rimbalzato in fase di touch a causa del mancato funzionamento dell’arpione. La telemetria indica che Philae è arrivato sulla superficie ed è attualmente stabile. Alcuni strumenti scientifici hanno già iniziato a recuperare dati. In caso di mancato funzionamento dell’arpione, probabilmente alcuni interessanti esperimenti come quello con la trivella sarebbero a rischio ma si tratta solo di speculazioni al momento.

Atteso nuovo ponte radio con la Terra alle 14 di domani. Ne sapremo sicuramente di più.

Scienziati precari oggi e domani di più

Nel mondo della ricerca, i giovani hanno un ruolo fondamentale. Il continuo afflusso di nuove energie e di nuove idee è strettamente necessario allo sviluppo di nuovi progetti e di nuove iniziative. Per questo, ogni anno vengono selezionate centinaia di laureati per intraprendere un Dottorato di Ricerca e centinaia di dottori di ricerca per fare dei contratti di vario genere, che, con termine inglese, chiamiamo indistintamente PostDoc.

Nella selva dei PostDoc ci sono tipologie molto diverse. La più diffusa è l’assegno di ricerca, qualcosa di assimilabile ad una borsa di studio e, a seconda dell’ente o dell’Università che lo eroga, può variare da circa 1300 a oltre 1600 euro al mese. Essendo una borsa di studio, non prevede né orario, né ferie, né malattia (naturalmente, se uno si ammala, manda un mail ai colleghi e sta a casa, ma il tutto rimane all’interno del gruppo). I contributi pensionistici sono estremamente bassi e il costo complessivo, per l’ente erogante, è abbastanza contenuto. Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (MIUR), nel 2013 c’erano circa 21000 assegnisti di ricerca, nelle varie Università italiane (questo numero, per quello che posso immaginare, non comprende gli assegni di ricerca erogati da altri enti, come CNR o INFN, e così anche quelli che citerò per le altre tipologie di contratti).

Meno ambite dall’aspirante ricercatore sono le borse di studio o di ricerca e i contratti di collaborazione, che, sempre nel 2013, erano circa 13000. I contratti di prestazione autonoma, in particolare, sono estremamente eterogenei, sia per durata che per trattamento economico. Anche in questi casi, il trattamento pensionistico è minimale o assente e non ci sono vincoli di orario.

I più fortunati hanno un contratto da ricercatore a tempo determinato, 3162 persone nel 2013. Questi hanno lo stesso trattamento di un dipendente, dal punto di vista degli obblighi didattici, del trattamento pensionistico e degli orari, ma, dai tempi della riforma Gelmini, questo è l’unico inquadramento possibile per i ricercatori. I contratti sono di 3 anni rinnovabili per ulteriori due (tipologia A) o non rinnovabili (tipologia B). Non voglio qui entrare nel merito delle polemiche che questa riforma suscitò, è facile ritrovarle con Google, ma soltanto dare un’idea delle varie vicissitudini a cui un aspirante ricercatore va incontro quando cerca di entrare nel mondo accademico.

Riassumendo, uno studente inizia l’Università a 19 anni, si laurea a 24, si dottora a 28 e inizia i suoi PostDoc, con tutte le limitazioni del caso (non più di 4 anni di assegni di ricerca, i limiti dei contratti dei ricercatori appena visti eccetera). Cercherà poi di diventare professore o dipendente di un Ente Pubblico di Ricerca (EPR, quelli monitorati dal MIUR sono sono una dozzina), attraverso un concorso pubblico, perché sempre di Pubblica Amministrazione si tratta. Su questi concorsi, naturalmente, influiscono tutte le leggi che regolano la PA. Negli ultimi 10 anni, ad esempio, ci sono stati diversi blocchi delle assunzioni e limitazioni al turn-over. Quando questi blocchi vengono rimossi, di solito gli EPR e le Università cercano di assumere più persone possibile, temendo un nuovo blocco di lì a breve.

Concorsi per ricercatore e tecnologo nell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare negli anni 2002-2014 (dati da www.infn.it). I 50 ricercatori del 2005 erano stati assunti a tempo determinato secondo la “riforma Moratti” e poi stabilizzati secondo la “legge Musso”. I concorsi per i 25 posti da tecnologo banditi nel 2006 a tempo determinato sono stati espletati nel 2008, dopo essere stati trasformati in posti a tempo indeterminato. Ad oggi, le nuove assunzioni per ricercatori sono fatte pescando dalle graduatorie del 2010.

Per dare un’idea delle conseguenze del fenomeno, possiamo prendere il caso di un EPR che ha avuto rating molto alto nelle valutazioni della ricerca dell’anno scorso, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN). I dati che ho raccolto sono pubblici. L’INFN, al 1º agosto 2012, aveva in servizio 592 ricercatori e 228 tecnologi (ricercatori e tecnologi fanno carriere analoghe e, in molti casi, anche lo stesso tipo di lavoro, si tratta sempre di laureati con un curriculum di ricerca, per questo li considero entrambi). Considerando una vita lavorativa di circa 35 anni, ci si può aspettare che ogni anno vadano in pensione tra 15 e 20 ricercatori e tra 5 e 8 tecnologi. Le assunzioni non hanno seguito, negli ultimi 12 anni, un andamento per nulla regolare, proprio a causa della confusione normativa che si è venuta a creare dal 2000 in poi: ci sono stati anni con “molte” assunzioni e poi lunghi blackout, imprevedibili e snervanti per chi era in attesa di una possibilità. Dal grafico è evidente, soprattutto, come l’attuale blocco dei concorsi impedisca (e impedirà fino al 2016, nella migliore delle ipotesi) a tutti quelli che hanno conseguito un Dottorato dopo il 2010 di avere una chance di essere assunti.

Questo vuol dire che l’INFN non ha potuto assumere nessuno nato dopo il 1982 e non potrà farlo fino al 2016 almeno. Come l’INFN si devono muovere gli altri enti, naturalmente. Per i giovani aspiranti ricercatori questa situazione si traduce in una incredibile incertezza per il futuro: nessuno sa quando e con che regole ci sarà la prossima selezione. Stiamo parlando di decine, centinaia di trentenni che hanno un curriculum di altissimo livello e che, in molti casi, trovano con grande facilità un lavoro all’estero. L’Università di Trieste, qualche tempo fa, fece uno studio che, secondo me, dovrebbe essere allarmante: hanno stimato che, considerando soltanto i fisici, in 25 anni sia stato “regalato” un miliardo di euro ad università ed enti di ricerca stranieri. Un discorso analogo si può fare per chimici, biologi, medici… considerando che un Dottore di Ricerca costa allo Stato “qualche centinaio di migliaia di euro” e che ogni anno sono centinaia (o migliaia) i giovani scienziati che abbandonano l’Italia per non tornare se non da pensionati, la dimensione del fenomeno è allarmante.

In una rcente nota, il Presidente del Senato ha dichiarato come sia prioritario per il Paese cercare di fermare la “fuga di cervelli” dall’Italia verso l’estero. Quata presa di posizione è positiva ed incoraggiante, ma vorremmo vederla tradotta in azioni concrete, in una decisa svolta rispetto alle scelte politiche che sono state fatte negli ultimi 10/15 anni. Non mi sento di chiedere qui un sacco di soldi per la ricerca, anche se, per alcuni paesi, l’investimento nell’innovazione è un ingrediente della ricetta anti-crisi, ma una cosa dovremmo pretenderla: una pianificazione chiara, con regole stabili, che riconosca ai giovani ricercatori il diritto di pianificare il proprio futuro.

Questa aleatorietà, questa disattenzione ci fanno più male dei (già dolorosissimi) continui tagli ai finanziamenti che continuiamo a subire. Non crediamo di meritarlo.

Come avere un pene

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Embrione di pollo. (foto di Brian Smith)

 

Sappiamo tutti che per assegnare il genere ad  un essere vivente (o almeno a gran parte degli esseri viventi) il più delle volte è sufficiente controllare se l’esemplare che abbiamo sotto mano possieda o meno un pene. Ma come succede di avere un pene? Dal punto di vista genetico l’assegnazione del genere avviene su base cromosomica ma a livello di sviluppo c’è un preciso percorso biologico che porta alla formazione di questo organo. E da qualche giorno sappiamo anche com’è che succede.

Accade spesso che due gruppi di ricercatori lavorino con lo stesso scopo e, di nuovo spesso, accade che i due gruppi arrivino ad una scoperta più o meno nello stesso momento. Così è stato anche per la scoperta dell’origine anatomica del pene, che oltre ad essere curiosa (e capitare a puntino in questo periodo in cui ad alcuni organi sessuali secondari è stato assegnato un ruolo nella divulgazione della scienza in Italia) ha anche un’enorme importanza per capire e risolvere i numerosi casi di malformazioni genitali di cui soffrono milioni di persone.

Nel primo studio è stata tracciata la formazione del pene in embrioni di topo, lucertola, pollo e serpente e da questa osservazione si è capito che nei rettili le cellule che formeranno il pene originano da quei tessuti che andranno (o non andranno nel caso dei serpenti) a costituire le zampe posteriori, nel topo, invece, sono le cellule destinate ad essere la coda che sono responsabili dello stesso processo. Il pollo sta a metà: un po’ di cellule delle future zampe posteriori e un po’ di quelle della futura coda. Quello che però hanno tutti in comune è il coinvolgimento della cloaca, cioè la camera dalla quale si formeranno l’intestino, l’apparato riproduttore e l’apparato urinario. La cloaca, infatti, è responsabile dei “segnali” per la formazione del pene e si trova più vicina agli arti posteriori nei rettili e più vicino alla coda nei mammiferi. Trapiantare un pezzo di tessuto della cloaca in un altro posto a caso nell’embrione risulta nella crescita di un pene dove non avrebbe dovuto crescere.

Nel secondo studio c’è un’altra scoperta importante: le cellule che andranno a formare il pene non sono per forza contigue per tutto lo sviluppo ma, anzi, provengono da due lati opposti dell’embrione: ad un certo punto l’embrione ha la forma di un foglio piatto e poi si “arrotola”. Quando i due lati opposti del foglietto si congiungono formano una gemma che andrà a formare un pene. O due peni come nel caso dei serpenti.

Fino ad ora non sapevamo quali fossero le istruzioni per avere un pene, ora che ce le abbiamo attendiamo con impazienza quelle per capire che possederne uno non dia diritto a uno stipendio più alto.

 

Patrick Tschopp, Emma Sherratt, Thomas J. Sanger, Anna C. Groner, Ariel C. Aspiras, Jimmy K. Hu, Olivier Pourquié, Jérôme Gros      & Clifford J Tabin A relative shift in cloacal location repositions external genitalia in amniote evolution Nature (2014) doi:10.1038/Published online 05 November 2014

Ana M. Herrera & Martin J. Cohn Embryonic origin and compartmental organization of the external genitalia Scientific Reports 4, Article number: 6896 doi:10.1038/srep06896

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