Una foto al microscopio elettronico del MRSA

La scoperta della penicillina durante la seconda guerra mondiale ha consentito di salvare milioni di persone da infezioni e morte certa. La seguente introduzione degli antibiotici ha permesso di aumentare la percentuale di successi postoperatori, e la resistenza a malattie infettive. Tuttavia l’uso, ed in molti casi abuso, di questa classe di farmaci ha causato una evoluzione accelerata dei batteri, selezionando mutazioni sempre più resistenti agli antibiotici. È stato stimato che 1.7 milioni di americani contraggono in ospedale ogni anno una o più infezioni, con più di 100000 decessi  negli USA e 175000 in Europa. Le infezioni in ospedale causano quindi più di cinque volte il numero di morti in un anno dell’epidemia di AIDS, collocandosi come seconda causa di morte nel mondo. Questo fenomeno è rapidamente aumentato negli ultimi 10-15 anni ed è particolarmente evidente negli ospedali e nelle case di cura, dove solo una manciata di antibiotici generici è in grado di tenere sotto controllo le infezioni che attaccano persone con il sistema immunitario indebolito. I batteri più attivi sono l’MRSA methicillin-resistant staphylococcus aureus ed il VRE, Vancomycin-resistant enterococcus faecium, resistenti a più di una classe di antibiotici [1]. Nelle forme comuni questi batteri sono presenti – in forma innocua – in molte persone: ad esempio lo staffiloccoco aureo si trova sulla pelle del naso e il VRE nello stomaco. Se si assumono antibiotici per un lungo periodo di tempo, a seguito di una lunga degenza in ospedale, alcune di queste forme possono sopravvivere e mutare acquisendo una robustezza aggiuntiva. Il risultato è che può risultare molto difficile combattere l’eventuale infezione che si può sviluppare nel decorso postoperatorio, con il rischio che il paziente possa morire come un secolo fa, per la mancanza di un antibiotico che tenga sotto controllo i batteri.

Il rischio che si sta lentamente palesando è di tornare tra pochi anni ad una situazione pre-antibiotici,con elevati tassi di mortalità a seguito di operazioni. Inoltre – a differenza di quanto si ipotizzava qualche anno fa – la virulenza di questi batteri non è diminuita con l’aumento della loro resistenza agli antibiotici.

A questo si aggiunge il problema che le case farmaceutiche fanno poca ricerca nel campo degli antibiotici perché non è economicamente conveniente: il trattamento di un paziente di un antibiotico dura poco perché la guarigione è rapida ed il medico cerca di non eccedere nel trattamento per evitare l’insorgenza di una resistenza troppo alta[2]. Secondo la Food and Drug Administration, il numero di nuovi agenti antibatterici è infatti sceso del 56% negli ultimi 20 anni[3].

Al momento le uniche contromisure richiedono di disinfettare spesso mani e strumenti – anche d’uso comune – per ridurre la diffusione dei batteri.  Una possibile soluzione potrebbe venire dall’uso e sviluppo dei batteriofagi. La storia dei batteriofagi e del loro impiego nel campo della medicina  meriterà un post a parte. Si tratta di un tipo completamente diverso di arma,  virus sviluppati specificamente per attaccare e distruggere i batteri. Anche in questo caso è possibile che l’evoluzione dei batteri  porti ad acquisire una resistenza anche a questa classe di nemici, che però potrebbero evolversi a loro volta.

Marco Casolino

www.casolino.it

[1]  Al momento meticillina, penicillina, amoxicillina, e cefalosporina.

 [3] JM Conly,  and BL Johnston, Where are all the new antibiotics? The new antibiotic paradox, Can J Infect Dis Med Microbiol. 2005 May-Jun; 16(3): 159–160.

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