In queste ore i giornali riportano un incidente avvenuto alla centrale nucleare di Flamanville, in Francia nord occidentale. La notizia di per sé salta all’occhio, ma può generare paure anche ingiustificate se non è supportata da qualche informazione in più. Prima di tutto, dobbiamo tenere conto del fatto che, a parte il reattore propriamente detto e pochissimi impianti collegati direttamente ad esso, tutto il resto, in una centrale nucleare, è del tutto identico a una qualsiasi centrale elettrica. Turbine, alternatori e trasformatori vengono azionati da vapore identico a quello che si produce bruciando carbone o gas, in impianti pressoché indistinguibili. L’incidente del 9 febbraio è avvenuto in questa area “comune”, quindi è lecito aspettarsi che non ci siano perdite di materiale radioattivo dal reattore.

Un reattore nucleare è, di fatto, una grossa pentola a pressione che contiene del materiale fissile. Questo è, di solito, una mistura di uranio e plutonio, i cui isotopi 235 e 239 rispettivamente vanno incontro a fissione spontanea, producendo due nuclei leggeri, tra 100 e 140 di numero di massa, e qualche neutrone. I neutroni liberati possono produrre altre fissioni, sostenendo una reazione a catena. Inserendo ed estraendo delle barre di materiale che assorbe neutroni, le cosiddette barre di regolazione, si può far accelerare o rallentare la frequenza delle fissioni e con questa l’energia prodotta. Questa energia viene assorbita da un fluido refrigerante, normalmente acqua, che attraverso opportuni scambiatori di calore scalda altra acqua, non entrata in contatto con il combustibile nucleare, producendo vapore pulito, ad alta temperatura e pressione.

Di qui in poi, il vapore viene convogliato verso gli apparati che convertono l’energia termica e meccanica del vapore in energia elettrica: secondo la ricostruzione degli eventi, l’incidente di Flamanville è avvenuto in questa area, presumibilmente in una cabina elettrica. Molto spesso per isolare apparati ad altissima tensione si usano oli minerali, molto efficienti ma non a prova di incendio. Questi hanno preso fuoco producendo fumi tossici che hanno mandato cinque persone all’ospedale per accertamenti. A meno di incomprensioni gravi, l’incidente si è concluso in poche decine di minuti con lo spegnimento del principio di incendio e con la messa in sicurezza del reattore.

Qualunque anomalia, infatti, provoca quello che in gergo si chiama SCRAM, ovvero l’immediato abbassamento delle barre di regolazione per ridurre al minimo l’attività del reattore. Questo è quello che va inteso quando si legge che il reattore è stato “spento”. Il bello dello SCRAM è che nessuno sa cosa voglia dire. La prima interpretazione è che sia l’acronimo di Safety Cut Rope Axe Man, ovvero uomo con l’ascia che taglia la corda della sicurezza, in relazione al fatto che, durante i primi esperimenti con la pila atomica di Fermi, pare ci fosse un boscaiolo pronto con l’ascia a tagliare la corda che teneva sospese le barre di regolazione sopra il combustibile. La seconda è che scram fosse una parola gergale per intendere “scappa a gambe levate”: forse sono entrambe false, ma sicuramente hanno entrambe un senso.

Dal punto di vista della contaminazione nucleare, l’incidente di Flamanville sembra quindi essere stato, fortunatamente, senza alcuna conseguenza. Esiste una scala internazionale, chiamata scala INES, per misurare la gravità dei guasti e degli incidenti che coinvolgono impianti nucleari: questa scala va da 0 (deviazione dal funzionamento normale) a 7 (incidente catastrofico) e con ogni probabilità questo incendio sarà catalogato come INES 0. Infatti, c’è stato uno SCRAM, ma nessuna perdita radioattiva. Eventi 0 sulla scala INES sono molto frequenti: gli standard di sicurezza degli impianti nucleari prevedono infatti che qualunque minima anomalia negli impianti, anche quelli più lontani dai reattori, possa automaticamente far scattare lo SCRAM.

Nella stessa centrale nucleare c’è stato, alcuni anni fa, un incidente di livello 1, ovvero una piccola perdita di acqua contaminata, che è stata comunque raccolta e non è andata dispersa nell’ambiente. Il livello 1 corrisponde a “anomalia”, cioè evento che coinvolge materiale radioattivo ma che non ha conseguenze. Dal livello 1 al livello 3 si parla di guasti, oltre si passa agli incidenti. Un guasto grave (livello 3) è caratterizzato da dispersione di materiale radioattivo nell’ambiente esterno all’impianto, ma senza che venga superato il limite di sicurezza.

I livelli da 4 a 7 sono incidenti, via via più gravi (e fortunatamente più rari). Al livello più alto ci sono stati gli incidenti di Chernobyl e Fukushima, mentre al livello 6 c’è stato solo un incidente all’impianto di riprocessamento di Kyshtym del 1957, nell’allora URSS. Al livello 5 (incidente con conseguenze all’esterno dell’impianto – rilascio importante di radioattività nell’ambiente, alcuni morti) ci sono stati diversi eventi, sia legati agli impianti per la produzione di energia nucleare, come i famosi incidenti di Sellafield e Three Mile Island, sia legati alla medicina. Nel 1987, a Goiânia, in Brasile, fu rubato un apparecchio per radioterapia, contenente una forte sorgente di cesio-137, che fu estratta dai ladri e sbriciolata, per poi essere distribuita a diverse persone: furono infatti affascinati dal leggero bagliore azzurrognolo che, forse a causa della radiazione Cherenkov prodotta dalla forte radiazione, la sorgente emetteva. Prima che la sorgente fosse identificata e messa in sicurezza, quattro persone avevano assunto una dose sufficiente a portarle alla morte e un’altra ventina ebbero bisogno di cure specifiche per evitare l’avvelenamento da radiazioni.

Gli impianti nucleari, siano essi centrali elettriche, installazioni militari o attrezzature mediche, sono molto delicati e potenzialmente pericolosi, ma nella maggior parte dei casi è l’errore umano a provocare gli incidenti più gravi. La soglia di sicurezza che la comunità tecnico-scientifica ha messo in atto negli impianti nucleari è a un livello così elevato da far scattare lo spegnimento del reattore anche per una minima anomalia. Anche nel recente caso di Flamanville, un evento senza conseguenze ambientali può avere una risonanza notevole, sia per quello che riguarda il funzionamento del reattore, che viene arrestato, sia per quello che riguarda l’impatto mediatico. Questo da una parte rende immediatamente accessibile la notizia, ma dall’altra, essendo l’argomento un po’ complicato per i non addetti ai lavori, può renderla  fuorviante se non supportata da un sufficiente approfondimento. Rendere meno oscure queste notizie può contribuire non solo all’informazione, ma alla crescita di una coscienza civile informata, soprattutto su argomenti come il nucleare sui quali spesso si tende a far leva molto più sui sentimenti che sulla ragione.

 


Immagine di copertina: Daniel Prudek by Shutterstock