di Alfonso Lucifredi

Il tappo di una bottiglietta cade a terra. Il proprietario decide di lasciarlo lì: qualcun altro lo raccoglierà, inutile preoccuparsi. E invece basta un calcio di un passante e oplà, il nostro tappo vola in un tombino. E da lì nelle fogne, che lo portano al mare. Passano i mesi e, per effetto del sole e delle onde, la plastica di cui è fatto perde elasticità e si spezzetta, ma non scompare del tutto, è quasi indistruttibile.

Facciamo un passo indietro. Siamo nel 1997, nelle acque del Pacifico, migliaia di chilometri al largo della California. Charles Moore è un falegname, ma ha la passione delle uscite in barca. Già questo lo rende un personaggio sui generis. Ritornando da una regata, decide di prendere una rotta diversa dal solito. Incappa in un ammasso di reti da pesca e altri detriti, che per poco non bloccano le eliche della sua barca. Ma non c’è solo quello: osservando la superficie dell’acqua si vede plastica, plastica ovunque: sono pezzetti piccoli, a volte di pochi millimetri, ma sono dappertutto, sono miliardi e si perdono a vista d’occhio. E dopo giorni di navigazione la situazione è sempre la stessa. Moore ha appena scoperto il grande vortice di plastica del Pacifico, il Great Pacific Garbage Patch. La sua vita non sarà più la stessa.
North_Pacific_Gyre_World_Map

Un altro protagonista della nostra storia si chiama Marcus Eriksen. È un ex sergente dei Marines, ha combattuto la Prima Guerra del Golfo, e lì ha visto che cosa si intenda per devastazione ambientale. Ha visto il cielo oscurato dal fumo nero dei pozzi di Saddam in fiamme e gli uccelli marini che annegavano nelle chiazze di petrolio. Ha capito come l’uomo sia in grado di fare veramente del male al suo pianeta. Tornato in patria, ha preso un dottorato in comunicazione della scienza e si è dedicato anima e corpo a sensibilizzare il pubblico sui temi ambientali. Ben presto ha incontrato Moore, e con lui ha fondato il 5 Gyres Institute, con lo scopo di cercare soluzioni al dramma dell’inquinamento degli oceani. Oggi i due organizzano spedizioni di ricerca nei mari del mondo, ed Eriksen è uno dei pochi ad aver visto i vortici di plastica di tutti gli oceani.

Nel 2012, uno studente diciannovenne di ingegneria olandese, Boyan Slat, propone la sua soluzione a una conferenza. Si tratta di un sistema automatico di raccolta della plastica in acqua, chiamato The Ocean Cleanup. Ben presto il video del suo intervento diventa virale e a metà 2014, grazie al crowdfunding, vengono raccolti i due milioni di dollari necessari per iniziare i lavori. L’anno seguente Slat annuncia che nel 2016, al largo dell’isola di Tsushima in Giappone, verrà inaugurato il primo impianto di raccolta della plastica in mare.
Eriksen però, tramite il blog del 5 Gyres, dichiara che i sistemi di raccolta sono una “terribile idea”: l’unica autentica soluzione è evitare che la plastica arrivi in mare. Non si tratta però di una vera polemica: i protagonisti della nostra storia sono tutti dalla stessa parte, cercano la soluzione a un problema che influirà sulle nostre vite in un futuro che è ormai prossimo.

Ma c’è un ultimo protagonista di questa vicenda: è il ragazzo che ha lasciato a terra quel tappo di plastica. Il suo ruolo di “cattivo” della storia potrà essere ribaltato solo evitando di contribuire al problema, ad esempio informandosi (c’è una pagina Facebook dedicata alla questione), facendo con attenzione la raccolta differenziata, acquistando prodotti alla spina o con confezioni deperibili. Ma se il ragazzo è veramente intraprendente, potrà decidere di imbarcarsi come volontario nelle spedizioni del 5 Gyres o, nel Mediterraneo, in quelle dell’Expédition MED (il reclutamento è già in corso), perché ogni contributo, dal più piccolo al più grande, impedirà all’ennesimo tappo di arrivare ai nostri mari.

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