Tra i miei innumerevoli difetti, devo ammettere anche di essere appassionato di pugilato. Quando ero bambino ricordo i primi incontri da professionista di Mike Tyson e la sua ascesa ai vertici del pugilato mondiale, fino a diventare undisputed champion dal 1987 al 1990. Tra le caratteristiche più memorabili di Tyson c’era la velocità con cui era in grado di mettere l’avversario al tappeto. Spesso i suoi incontri si concludevano in pochi minuti: su 58 incontri da professionista ne ha vinti 50, 44 per KO di cui 21 alla prima ripresa.

Per stendere un pugile professionista non bastano le buone (o cattive) intenzioni. Si tratta di atleti estremamente allenati, capaci di schivare i colpi e di compensarne gli effetti contraendo e rilassando i muscoli. In particolare questo è vero per gli addominali: per lunghi periodi di ciascuna ripresa i pugili trattengono il respiro o quasi, e questo è uno dei motivi perché fanno così tanto allenamento aerobico. Oltre a schivare i colpi, si allenano a darne, cercando la massima potenza. I colpi più potenti assestati da umani con le braccia sono stati misurati proprio tra pugili professionisti, in particolare per Frank Bruno, pugile britannico degli anni Ottanta. È stato valutato che un suo pugno potesse esercitare una forza prossima ai 6500 Newton, per una frazione di secondo. Questa forza potrebbe imprimere alla testa dell’avversario un’accelerazione di circa 50 g, alla quale si potrebbe resistere per qualche millesimo di secondo al più.

Frank Bruno, comunque, fu sconfitto da Mike Tyson nel 1989, per KO tecnico alla quinta ripresa, ottenne una rivincita e fu nuovamente sconfitto per KO tecnico nel 1996, alla terza ripresa.

Il primo effetto che può portare al KO è legato proprio alla potenza con cui un pugno può raggiungere la testa dell’avversario. Quando la testa è soggetta a una accelerazione così violenta, il cervello, che non è “fissato” nella scatola cranica, oscilla leggermente e questo provoca un rilascio massiccio di neurotrasmettitori. Se il trauma è abbastanza forte, le aree cerebrali interessate sono talmente tante da provocare un sovraccarico per il lavoro del cervello che fa quello che fa un computer quando si imballa: riparte dopo un reboot.

Durante questo reboot il cervello è sostanzialmente incapace di gestire qualunque cosa non sia “completamente automatica” come il respiro o il battito cardiaco: in particolare l’equilibrio e il tono dei muscoli volontari vanno a farsi benedire e il pugile suonato crolla come un sacco di patate.

Questa spiegazione neurologica non è l’unica possibilità. Uno dei punti maggiormente sensibili per i pugili è la mandibola: in tutti gli incontri i contendenti coprono la parte inferiore del volto con uno o due guantoni, cercando di attutire i colpi in quella zona. Una delle possibili ragioni per cui un colpo al mento o alla mascella è così micidiale sta nei sensori posti alla base del cranio che monitorano continuamente il flusso di sangue e ossigeno attraverso la arteria carotide. Un colpo al mento può generare un’onda di pressione nel seno carotideo, che viene interpretato come “pericoloso” dai recettori della pressione arteriosa. Questo aumento di pressione provoca il cosiddetto riflesso del seno carotideo, che cerca di bilanciarlo facendo diminuire rapidamente la frequenza cardiaca e dilatando tutte le arterie.

Questo provoca un improvviso calo di pressione del sangue che affluisce al cervello, che a sua volta genera una sorta di svenimento. La maggior parte dei pugili, dopo un colpo da KO ben assestato, non ricorda nemmeno di aver visto partire il pugno che li ha stesi, proprio per questa piccola perdita di conoscenza.

L’effetto micidiale di un colpo da KO è evidente in un sacco di incontri, ma per trovarne uno davvero rappresentativo ho scelto Tyson-Spinks del 27 giugno 1988. Nel filmato ci sono alcuni personaggi di contorno piuttosto notevoli, Muhammad Alì, indimenticabile campione del mondo, Donald Trump, padrone di casa dell’evento, Frank Cappuccino, uno degli arbitri più famosi della storia del pugilato. L’incontro vero e proprio dura circa 90 secondi, in cui prima Spinks si inginocchia, per prendere fiato dopo un paio di buoni colpi subiti, e poi crolla letteralmente, per un gancio sinistro al mento. Prova a rialzarsi, ma ha completamente perso l’equilibrio e la coordinazione: è evidente che il colpo del KO non ha semplicemente provocato una perdita di equilibrio o lo sfinimento fisico dello sconfitto. Qualcosa nella sua testa ha smesso di funzionare. Non è chiaro quali siano le conseguenze a lungo termine di questi traumi, ma c’è chi pensa che il Parkinson di Muhammad Alì sia stato accelerato o aggravato anche dai molti colpi subiti: per questo, sia che siate orthodox o southpaw, non abbassate la guardia!

 


Immagine di copertina: Sergey Nivens by Shutterstock

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