Capita a tutti di confondere destra e sinistra e mandare qualcuno nella direzione sbagliata, ma abbiamo una scusa “scientifica” per tutto questo!

«La gelateria è proprio qui sulla destra!», esclamiamo rivolti al passante che ci ha chiesto un’indicazione, ma il cenno che facciamo punta decisamente verso sinistra. Un classico. Ci scusiamo per la goffaggine e ci autocorreggiamo, ma non possiamo fare a meno di chiederci perché sia così facile sbagliare quando dobbiamo indicare una direzione e distinguere correttamente la destra dalla sinistra. Una cosa apparentemente banale sembra mandare in crisi il nostro cervello; ma perché non accade lo stesso per altre abilità simili, per esempio la distinzione tra alto e basso? Oggi le neuroscienze, insieme alla teoria dell’evoluzione, consentono di fare qualche ipotesi al riguardo.

Il neuroscienziato Stanislas Dehaene ha ripercorso la storia della confusione tra destra e sinistra a proposito della dislessia, di cui è uno tra i più noti esperti. Il fatto che spesso i dislessici traccino le lettere dell’alfabeto in modo speculare è talmente noto da far preoccupare molti genitori appena si accorgono del fatto che un bambino scrive invertendo il lato destro e quello sinistro. È infatti quello che è accaduto anche a Dehaene quando notò che suo figlio scriveva indifferentemente da destra a sinistra e da sinistra a destra, tracciando le lettere al contrario. Perché accade? E per quali ragioni molti bambini che non hanno un disturbo specifico dell’apprendimento, attraversano comunque questa fase?

La scrittura “sbagliata” di Leonardo da Vinci

Per comprendere perché sia così complicato far capire al nostro cervello quale sia il lato destro e quello sinistro, dobbiamo tenere presente che le direzioni nello spazio non sono tutte ugualmente chiare e rilevanti per la nostra mente. Dato che siamo tutti sottoposti alla forza di gravità, non facciamo grande fatica a distinguere l’alto dal basso, il sopra dal sotto. Gli animali che hanno una testa – cioè che concentrano in una specifica parte i principali strumenti con cui esplorano il mondo e nei quali si può individuare una parte usata per nutrirsi e un’altra che ha il compito di espellere le scorie – distinguono bene il davanti dal dietro, anche perché generalmente si muovono nella direzione della propria testa. Diverso è il discorso per la differenza tra destra e sinistra e non solo per la nostra specie. «Come nel caso degli esseri umani, la discriminazione destra-sinistra è difficile per gli animali», sottolinea Giorgio Vallortigara, illustre neuroscienziato e docente ordinario all’Università di Trento, presso il Centro Interdipartimentale Mente/Cervello (CIMeC) di Rovereto. «Un esempio classico – continua Vallortigara – è la distinzione tra immagini speculari come “<” e “>”. Gli esseri umani naturalmente possono aiutarsi usando etichette linguistiche, oppure simboliche esterne: c’è chi decide di indossare un anello in una mano o cose simili».

Ebbe modo di accorgersi di questa confusione anche Ivan Pavlov, nel corso dei propri esperimenti sui cani relativi agli studi sul condizionamento. In pratica, lo scienziato russo notò che gli animali sembravano incapaci di distinguere la destra dalla sinistra perché generalizzavano ogni apprendimento relativo a una direzione estendendolo anche all’altra. Pavlov si accorse che la situazione cambiava quando si recideva chirurgicamente il corpo calloso, cioè la parte del cervello che mette in comunicazione i due emisferi. Le osservazioni farebbero pensare che il corpo calloso ricopra un ruolo nella tendenza degli animali (Homo sapiens compreso) a generalizzare apprendimenti relativi al lato destro sul sinistro e viceversa.

Dehaene ci fa, infatti, notare come sia praticamente automatico, per noi esseri umani, una volta imparato a distinguere un’immagine, riconoscerne anche la versione speculare. Troviamo difficile riconoscere la Gioconda di Leonardo se la vediamo raffigurata girata verso destra invece che verso sinistra? Per nulla, anzi molti di noi neppure si accorgerebbero di stare guardando un’immagine speculare rispetto all’originale. Perché accade? Proprio per la tendenza a generalizzare di cui abbiamo parlato, che ha probabilmente un’origine evolutiva. Nel nostro passato in cui eravamo prede era fondamentale imparare a riconoscere un predatore sia che provenisse dal lato destro sia che venisse da sinistra. Come sottolinea Dehaene, una tigre che spuntasse da destra aveva le stesse possibilità di trasformarci nel suo pranzo di una proveniente da sinistra e riconoscerla da entrambe le direzioni era fondamentale. Questo, però, può portare problemi quando impariamo a leggere, perché, nel caso delle lettere, la direzione ha grande importanza. Nel giro di pochi anni la maggior parte di noi riesce a venirne a capo e impara a padroneggiare la distinzione tra le lettere, che resta, però, un problema per chi ha un disturbo specifico dell’apprendimento, come la dislessia.

«Ernst Mach – fisico e filosofo austriaco e anticipatore delle neuroscienze – aveva un’idea riguardo alla causa della confusione tra destra e sinistra», ricorda Giorgio Vallortigara. «Per distinguere la destra dalla sinistra – continua il neuroscienziato – si deve introdurre una qualche asimmetria nel corpo o nel cervello. In effetti oggi sappiamo che anche gli animali non umani hanno cervelli asimmetrici. Se aveva ragione Mach, si può anche inferire che quanto meno un cervello è asimmetrico tanto più farà fatica a discriminare la destra dalla sinistra. È interessante da questo punto di vista notare che la percentuale di persone che hanno difficoltà serie con la discriminazione destra-sinistra è attorno all’8% nei maschi, ma sale al 16% nelle femmine; è più alta, inoltre, nei mancini. E si ritiene che la lateralizzazione sia appunto minore nelle femmine e nei mancini».

Il primo a intuire il meccanismo che ci porta a generalizzare e confondere destra e sinistra è stato Samuel Orton, pioniere degli studi sulla dislessia. Orton attribuiva, come Mach, la confusione tra destra e sinistra alla simmetria tra i due emisferi del cervello. Michael Corballis e Ivan Beale hanno ripreso l’ipotesi di Orton, aggiornandola sulla base di quello che sappiamo dagli studi neuroscientifici. Corballis e Beale hanno ipotizzato che ogni informazione visiva appresa da un emisfero passi all’altro emisfero, attraverso il collegamento del corpo calloso. Supponendo che il corpo calloso colleghi le aree visive dei due emisferi, che sono simmetriche, lo scambio di informazioni tra le due parti del cervello invertirebbe la destra e la sinistra. L’ipotesi di Corballis e Beale sta via via ricevendo conferme dagli studi sul cervello delle varie specie animali, ma molto resta ancora da fare perché si possa chiarire e confermare ogni aspetto.

Nel frattempo, però, dobbiamo cercare di procurarci una strategia empirica per distinguere il lato destro da quello sinistro. Non sentiamoci, però, troppo in colpa quando non ce la facciamo: il nostro cervello è fatto così.

Per saperne di più:

Dehaene S., I neuroni della lettura, Raffaello Cortina editore, Milano, 2009
Rogers L. J., Vallortigara G. e Andrew R. J., Cervelli divisi. L’evoluzione della mente asimmetrica, Mondadori Education editore, Milano, 2016
Rollenhagen J. E. e Olson C. R., “Mirror-image confusion in single neurons of the macaque inferotemporal cortex”, Science, 287 (5457), pp. 1506-1508, 2000
Corballis M. C. e Beale I. L., The psychology of Left and Right, Erlbaum editore, New York, 1976
Corballis M. C. e Beale I. L., “Orton revisited: Dyslexia, laterality and left-right confusion”, in Visual Processes in Reading and Reading Disabilities, Erlbaum editore, Hillsdale, 1993.

Immagine di copertina: Wooden signpost with two opposite arrows via Constantin Stanciu/Shutterstock

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