Gli incendi intorno alla centrale di Chernobyl potrebbero compromettere lo sviluppo di una florida riserva naturale, ma sono pericolosi anche per noi?
Nel 1986, dopo l’incidente al reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl, si definirono delle zone di esclusione concentriche alla centrale per un raggio totale di 30 km. Gli abitanti della zona furono sfollati e venne proibito l’accesso per chiunque non fosse autorizzato. La definizione, la gestione e l’amministrazione delle zone è cambiata negli anni, seguendo le vicissitudini politiche degli ultimi decenni.
Il pericolo in questa zona nasce non tanto dalla radioattività che fuoriesce dal reattore incidentato, che pochi anni fa è stato ricoperto da una struttura di contenimento adeguata, ma dal fatto che l’incendio che si sviluppò durante l’incidente disperse in questa zona dei radionuclidi che in parte si sono depositati al suolo, contaminando l’ambiente circostante. Questi radionuclidi, decadendo, possono nuocere alla salute di chi si trova nell’area, soprattutto se vengono ingeriti o inalati.

Tuttavia la contaminazione non va vista come una semplice patina di “polvere radioattiva” che copre la zona contaminata; infatti, i radionuclidi, dal punto di vista chimico, si comportano in maniera quasi identica ai loro “fratelli” stabili, e quindi entrano in tutti i processi chimici e biologici. Un esempio è lo stronzio-90. Questo radioisotopo viene prodotto dalla fissione dell’uranio-235 (usato come combustibile in molti modelli di centrali nucleari) e, a seguito del decadimento, dimezza la sua attività in poco meno di 29 anni, emettendo radiazione beta. Durante l’incidente di Chernobyl si è stimato che il 90% dello stronzio-90 si è depositato sul suolo della foresta nei primi 10 cm. 

La peculiarità dello stronzio-90 è che assomiglia chimicamente al calcio, e per questo negli organismi lo sostituisce in molti processi biologici. Per esempio nell’uomo viene fissato nelle ossa, rendendolo difficile da eliminare, tanto che si è stimato che, una volta contaminato, il corpo umano riesca a espellerne la metà in circa 18 anni.
Fortunatamente, non tutti i radionuclidi sono così ostici: ad esempio il cesio-137 viene smaltito in poco più di un mese.

Schema di decadimento dello stronzio-90 in ittrio-90 e successivamente in zirconio-90

Nella zona di esclusione di Chernobyl, che fortunatamente era poco densamente abitata e aveva caratteristiche principalmente boschive e rurali, la radioattività non si è dispersa in modo uniforme; questo a seguito delle condizioni climatiche e dei fenomeni della biosfera, come piogge e venti, che smuovono la contaminazione. Perciò, vi sono zone in cui la radioattività risulta particolarmente elevata (i cosiddetti “hotspot”) e villaggi in cui la dose annua dovuta alla contaminazione di ipotetici abitanti è compresa tra 0.1 e 1 mSv/anno, e quindi considerata sicura. Per confronto, pensate che la dose presente a Roma a causa della radioattività naturale è di 2 mSv/anno. Per questo negli anni sia il governo ucraino sia quello bielorusso, hanno permesso il ritorno di alcune persone in villaggi limitrofi alla zona rossa e fatto piani per il rilancio economico della zona.


La zona di esclusione risulta riserva naturale, con una fiorente fauna selvatica. La zona non è del tutto interdetta al pubblico: al suo interno sono possibili alcune attività, come escursioni turistiche e la vendita del legname, che ovviamente deve aver passato gli opportuni controlli sulla radioattività del materiale.
Tutto sembra procedere per il meglio, quindi, se non fosse per l’avidità dell’uomo. Oltre agli “incidenti” di alberi della zona non avrebbero dovuto passare i controlli ma sono diventati comunque carbone, Sono frequenti, infatti, gli incendi nella zona boschiva e il fatto che questi incendi abbiano forme curiosamente geometriche e che la legge preveda il taglio degli alberi intorno alla zona dell’incendio ha fatto supporre a molte associazioni che questi eventi siano di natura dolosa (trovate queste storie qui).

Come è facile immaginare, sviluppare incendi in questa zona è molto pericoloso, in quanto potrebbe provocare una successiva dispersione dei contaminanti, non solo quelli ancora presenti nel suolo, ma anche quelli già “fissati” nella vegetazione. Infatti, durante un incendio l’aria calda sale verso l’alto portando con sé le ceneri contaminate, che potrebbero essere disperse dal vento o semplicemente dai movimenti convettivi dell’aria. Di per sé la radioattività dispersa in un singolo incendio può non sembrare eccessiva: per esempio, nell’incendio del 4 aprile 2020, che ha coinvolto un’area di un centinaio di ettari, se ci fidiamo delle prime misure uscite sui media, si parla di una radioattività che va dai 0.34 ai 2.39 microsievert/ora. Questi valori sono maggiori della radioattività normalmente presente, ma complessivamente risultano (anche nel limite maggiore dell’intervallo) minori della dose massima a cui legalmente può essere esposto un lavoratore di una centrale nucleare. Se poi si considera che è in una zona boschiva e disabitata, il pericolo per le persone risulta basso.


Tuttavia, uno studio del 2014 ha messo in luce come lo svilupparsi di incendi in questa zona potrebbe non essere un problema solo per le popolazioni locali, ma anche per il resto del continente, soprattutto se il numero di incendi dovesse aumentare.
Quello che preoccupa, infatti, è l’impatto ambientale di un atto scellerato. La foresta intorno a Chernobyl non è affatto morta e sterile, come si potrebbe immaginare pensado a una “zona di esclusione nucleare”, ma ospita una fauna selvatica paragonabile alle altre riserve naturali, tra cui l’unica comunità selvatica di cavalli Przewalski al mondo.

 

Per saperne di più:
Abbiamo parlato della zona di esclusione di Chernobyl nel nostro podcast

Immagine di copertina: Forest fire smoke from Fotokon/Shutterstock
Immagine decadimento stronzio-90: decay scheme of strontium-90 from general-fmv/Shutterstock