L’effetto placebo non è solo un potente strumento per testare nuovi medicinali, ma anche un modo per investigare il rapporto tra la nostra mente e il nostro corpo

Nella storia del pensiero umano, la mente è stata considerata per lungo tempo come una struttura completamente diversa dal corpo. Si pensava addirittura che la sostanza stessa di cui la mente è costituita non potesse essere uguale a quella dei corpi fisici. Cartesio, uno dei più grandi pensatori del diciassettesimo secolo, è stato uno dei sostenitori del dualismo mente-corpo e dell’idea che la mente, non essendo un oggetto fisico, non si potesse studiare con le leggi e i metodi usati dalle scienze. Dalla fine del diciannovesimo secolo fino ad oggi questa convinzione è andata sempre più sfumando grazie alla nascita della psicologia sperimentale e delle neuroscienze e allo sviluppo di nuove sempre più sofisticate tecniche di indagine che permettono ai ricercatori di studiare il funzionamento del cervello e della mente così come si studiano il corpo e i fenomeni naturali. Tra le numerose evidenze scientifiche che falsificano il dualismo mente-corpo, si trova un fenomeno tra i più curiosi. Si tratta dell’effetto placebo.

L’effetto placebo si ha quando il nostro corpo reagisce in modo positivo a un trattamento che, di per sé, non ha alcuna efficacia. Questa reazione positiva è dovuta esclusivamente al modo in cui mente e cervello rispondono al contesto e non, appunto, a un effetto diretto del trattamento stesso.

Ad esempio, in alcuni casi è possibile che un paziente si senta meglio o addirittura guarisca più velocemente da una malattia anche se curato attraverso la somministrazione di una sostanza inerte, che non ha effetti sul corpo. Questo può succedere a patto che il paziente sia convinto che la sostanza somministrata sia un farmaco molto efficace. La sostanza inerte somministrata in questo contesto viene appunto chiamata placebo.

Un altro esempio particolarmente interessante di effetto placebo è stato riportato recentemente sulla rivista Nature – Human Behavior nell’articolo “Learning one’s genetic risk changes physiology independent of actual genetic risk”.

In questo progetto i ricercatori hanno inizialmente chiesto ai partecipanti di correre su un tapis roulant mentre venivano misurate alcune risposte corporee che sono indice di affaticamento. In un secondo momento i partecipanti sono stati informati riguardo a una caratteristica del loro corredo genetico che li rendeva più o meno inclini all’affaticamento motorio. Infine è stato chiesto loro di correre sul tapis roulant una seconda volta, mentre gli indici di affaticamento venivano nuovamente misurati. Il punto chiave dell’esperimento risiede nel fatto che l’informazione data ai partecipanti riguardo al loro corredo genetico fosse data in modo casuale, senza di fatto rispettare le vere caratteristiche del loro DNA. I risultati mostrano che quando ai partecipanti veniva detto di essere nel gruppo più incline all’affaticamento, questi mostravano durante la seconda corsa segni fisici di fatica maggiori rispetto alla prima. Al contrario, i partecipanti a cui era stato detto di essere più resistenti allo sforzo non mostravano differenze a livello fisico tra la prima e la seconda corsa. L’informazione ha quindi agito da placebo con effetto negativo – in questo caso si parla più propriamente di nocebo – causando effetti indipendenti dalle reali caratteristiche dei partecipanti e misurabili sul corpo, come la diminuzione dell’efficacia polmonare.

In casi come questi il corpo è influenzato dalle risposte mente-cervello, e la mente quindi non può più essere considerata come qualcosa di completamente estraneo al corpo, come proponeva la teoria del dualismo mente-corpo.

“A volte la fatica è solo una vivida rappresentazione mentale della fatica” (quasi cit.)

L’effetto placebo mostra come alcuni meccanismi mentali come l’aspettativa e l’apprendimento possano mettere in moto delle risposte metaboliche che influenzano lo stato interno del corpo. La convinzione di essere curati meglio, ad esempio, può diminuire i livelli di stress cronico. Se questo succede la risposta del sistema immunitario migliora e così anche la nostra capacità di debellare le malattie. In altri casi, credere di essere sottoposti a una terapia per combattere il dolore cronico aumenta la produzione di alcune sostanze chiamate neuropeptidi oppioidi. Tra i neuropeptidi oppioidi le molecole più conosciute sono le endorfine, che hanno come effetto proprio la diminuzione del dolore.

Una delle principali e più importanti applicazioni, in medicina, dell’effetto placebo si ha quando è necessario testare l’effetto di nuovi farmaci. Se un miglioramento nelle condizioni mediche può essere dovuto a risposte cerebrali, infatti, come facciamo a sapere se questo è dovuto al trattamento oppure al contesto? La soluzione è creare due gruppi di pazienti con la stessa condizione clinica e differenziare i trattamenti. A un gruppo, chiamato di controllo, viene somministrato solo il miglior trattamento già in commercio, mentre al secondo gruppo, detto gruppo clinico, viene somministrato anche il nuovo farmaco che si sta testando. I pazienti però, non sanno in che gruppo sono stati assegnati e a tutti viene detto di essere curati con il nuovo farmaco. Se il gruppo clinico migliora più velocemente del gruppo di controllo, il farmaco è efficace. Se, al contrario, entrambi i gruppi mostrano lo stesso miglioramento, quest’ultimo non può essere dovuto al trattamento e siamo in presenza di effetto placebo.

Nella vita di tutti i giorni purtroppo capita che qualcuno si senta offeso o indignato quando una sua esperienza personale viene spiegata alla luce dell’effetto placebo, come se l’esperienza stessa fosse degradata a qualcosa di non vero, di immaginario. L’effetto placebo però non è una finzione o una credenza senza fondamento. Al contrario, come descritto sopra, le conseguenze di un placebo sul corpo sono tangibili e reali. La differenza sta nel fatto che le conseguenze positive sul corpo non sono direttamente dovute al trattamento che si sta considerando ma sono piuttosto causate dalle risposte mentali e cerebrali che hanno luogo in risposta al contesto che ci circonda in quel momento.

La nostra mente e il nostro corpo quindi non sono duali e separati, sono al contrario indivisibili e costituiti della stessa sostanza.

Per saperne di più:

Benedetti, F., Mayberg, H. S., Wager, T. D., Stohler, C. S., & Zubieta, J. K. (2005). Neurobiological mechanisms of the placebo effect. Journal of Neuroscience, 25(45), 10390-10402.
Turnwald, B. P., Goyer, J. P., Boles, D. Z., Silder, A., Delp, S. L., & Crum, A. J. (2018). Learning one’s genetic risk changes physiology independent of actual genetic risk. Nature Human Behaviour, 1.
Wager, T. D., & Atlas, L. Y. (2015). The neuroscience of placebo effects: connecting context, learning and health. Nature Reviews Neuroscience, 16(7), 403.

Immagine di copertina: medicine placebo box drugs 3D illustration via esoxx/Shutterstock

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