Troppo spesso la cosa importante è che la notizia sia "BIG", meno che sia accurata.

Troppo spesso la cosa importante è che la notizia sia “BIG”, meno che sia accurata.

Quando giornali nazionali dedicano speciali al presunto rapporto tra vaccini e autismo o ai vaneggiamenti del santone che propone la panacea di turno; quando si registrano scivoloni gravissimi anche in periodici di tutto rispetto e nelle trasmissioni televisive “impegnate”; quando una banale operazione di fact-checking rivela una realtà ben diversa rispetto a quella che titoli sbattuti in prima pagina sembrano adombrare… è in questi casi che si deve dedurre che in Italia abbiamo un problema. Grave. Comunichiamo pseudoscienza chiamandola scienza, scambiamo il sensazionalismo per informazione, chiamiamo la diffusione di bufale giornalismo, anzi, “giornalismo scientifico d’inchiesta”.

Quando si parla di scienza, in effetti, il giornalismo italiano sembra dare il peggio di sé. Impreparazione? Pura e semplice ignoranza? Forse anche questo, ma se dovessi indicare la “causa prima” di questa deriva dell’informazione scientifica punterei su un altro difetto. Quello che i greci chiamavano hybris, il vizio più grave e meno scusabile nell’uomo, cioè la scarsa consapevolezza dei propri limiti, che si traduce nella tracotanza di chi crede di saper tutto e, quindi, di essere infallibile. All’ignoranza si può sopperire con lo studio; molto più difficile porre rimedio alla mancanza di umiltà.

Come sottolineano egregiamente Silvia Bencivelli e Francesco Paolo de Ceglia nel loro recente saggio Comunicare la scienza (Carocci editore), quello del giornalista scientifico è un mestiere per persone serie e umili. Che conoscono il valore dello studio, innanzitutto. Una laurea in materie scientifiche non sembra una condicio sine qua non: illustri comunicatori della scienza provengono da facoltà umanistiche. D’altra parte, l’universo delle scienze è così ampio e variegato – nonché in continuo aggiornamento – che è praticamente impossibile sperare di avere una preparazione di base che ne abbracci l’intero complesso in modo adeguato. Ma coloro che vogliono mantenere una buona dignità professionale in questo campo sanno che tutto parte dallo studio. Che non sempre avrà una ricaduta immediata su quello che si deve scrivere, ma è necessario per approcciarsi a un problema con serietà, anche solo per capire davvero di che cosa si stia parlando. E questo comporta un costante aggiornamento fatto della lettura di saggi, monografie, articoli (nella versione completa), che rimandano ad altro materiale da prendere in considerazione. Ma vuol dire anche riconoscere con umiltà i propri limiti, ammettere che non si può comprendere tutto e, di conseguenza, capire che si avrà frequentemente il bisogno di ricorrere ad esperti del settore, di “alzare la cornetta per fare la giusta telefonata”, come sottolinea Silvia Bencivelli. Peraltro si avrà modo di scoprire che il più delle volte gli scienziati sono felici di condividere le proprie conoscenze. Dal momento che la scienza contemporanea procede attraverso un lavoro in team, che sfocia poi nella condivisione dei risultati raggiunti, atteggiamenti di chiusura in stile “torre d’avorio” sono sempre più rari. Nella maggioranza dei casi basta avere la buona volontà e l’umiltà di porre domande per ottenere i necessari chiarimenti.

Ma accostarsi a questo lavoro con serietà vuol dire anche fare delle rinunce. Significa rimandare l’uscita del pezzo per il quale non ci si sente adeguatamente preparati, perché, nonostante gli sforzi, non si è riusciti a terminare lo studio della questione e non è permesso essere approssimativi. E, nel frattempo, può accadere che l’interesse del pubblico sull’argomento cali e si sia persa l’occasione di un facile scoop. “Stare sul pezzo” è importante, spesso addirittura vitale per il giornalista scientifico, ma l’etica impone di privilegiare l’accuratezza alla tempestività.

E se, nonostante tutto, inevitabilmente si cade nell’errore – non c’è professionista che ne sia immune – il rispetto per il lettore impone di ammetterlo e di rettificare, perché anche questa sia un’occasione per fare corretta informazione, pur partendo da uno scivolone.

Se ci pensiamo si tratta di poche banalità, di regolette che dovrebbero essere self-evident. Il problema sta, come sempre, nella loro applicazione.

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