Sant’Antonio abate è famoso per essere raffigurato con una fiammella e un maiale. Era noto per essere un guaritore di varie patologie, tra cui la più celebre, che porta ancora il suo nome, è il fuoco di Sant’Antonio, da cui il simbolo della fiammella nelle raffigurazioni. Del maiale, invece, il Santo utilizzava il grasso per la guarigione.

Il fuoco di Sant’Antonio è una patologia che generalmente si presenta in età avanzata e che si manifesta con vesciche cutanee ubicate in varie aree del corpo e dolori localizzati molto acuti, anche in seguito alla scomparsa dei sintomi cutanei. Essa è dovuta a un’infiammazione nervosa causata dal virus della varicella zoster appartenente alla famiglia degli herpes.
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Nel 1892, un pediatra ungerese, James Bokay, notò per primo che bambini entrati in contatto con persone con il fuoco di Sant’Antonio, dopo pochi giorni mostravano i sintomi tipici della varicella. Tuttavia,  fu solo dopo molti anni che si scoprì che la causa delle due patologie era proprio la stessa.

Lo stesso virus causa nei bambini la varicella e negli anziani il fuoco di Sant’Antonio. Infatti, come tutti i virus della famiglia degli herpes, questo virus non viene mai eliminato dal nostro corpo, in quanto possiede la capacità di rimanere nascosto, in forma latente, nei gangli spinali, ovvero nei corpi neuronali, dove non viene riconosciuto dal sistema immunitario. In seguito all’indebolimento delle difese immunitarie, che si verifica con l’avanzare dell’età, il virus può riattivarsi in circa il 10-20% dei casi e provocare la patologia, questa volta sotto forma di fuoco di Sant’Antonio. Quindi tutti coloro i quali hanno contratto la varicella da piccoli corrono il rischio, con l’avanzare dell’età, di avere il fuoco di Sant’Antonio. La contagiosità della patologia è, però, molto minore della varicella, in quanto non interessando i polmoni, non può essere diffusa per via aerea, ma solo per diretto contatto con le vesciche.

Non si sa ancora esattamente quali siano i fattori che causano la comparsa di questa patologia, ma si pensa che dopo aver avuto la varicella, l’esposizione al virus durante il corso della vita sia un fattore protettivo in quanto potenzia la risposta immunitaria. Questo fatto ha aperto un forte dibattito sulla vaccinazione di massa per la varicella.

Negli ultimi anni molti paesi hanno introdotto la vaccinazione universale infantile contro la varicella, mentre altri sono scettici al riguardo, non per dubbi riguardanti la sicurezza della vaccinazione stessa, in quanto è stato dimostrato che nella popolazione vaccinata c’è una minore incidenza del fuoco di Sant’Antonio, ma in seguito al timore che riducendosi il virus circolante, possa esserci un aumento di casi di fuoco di Sant’Antonio per assenza del potenziamento del sistema immunitario sopracitato. Sono stati pubblicati diversi lavori scientifici di modelli predittivi e studi epidemiologici con risultati contrastanti, perciò è difficile trarre una conclusione sul reale aumento dell’incidenza del fuoco di Sant’Antonio nei paesi in cui si vaccina per la varicella.

In ogni caso, la soluzione potrebbe essere un altro vaccino specifico per la prevenzione del fuoco di Sant’Antonio, approvato nel 2006, che può essere somministrato alla popolazione over 50. Tale vaccino è basato sullo stesso virus vivo attenuato utilizzato per la vaccinazione della varicella e si è dimostrato efficace nella prevenzione della patologia nel 51,3% dei casi, e nell’evitare la comparsa della neuralgia nel 66,5% dei casi. Ma la questione non è così semplice perché l’introduzione di un ulteriore vaccino, per una patologia non mortale e in una popolazione non infantile, comporta ulteriori costi per la sanità pubblica.

 

Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_abate

http://www.cdc.gov/shingles/hcp/clinical-overview.html

http://www.cdc.gov/vaccines/vpd-vac/varicella/downloads/PL-dis-chickenpox-color-office.pdf
Immagine di copertina: diagramma delle aree dove si possono formare le caratteristiche “strisce” di vescicole dell’Herpes zoster (wikimedia commons)

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