La popolazione mondiale sta aumentando molto rapidamente, è più che raddoppiata negli ultimi 50 anni e decuplicata negli ultimi 300. Tra le moltissime conseguenze che questo fatto porta con sé, una delle più notevoli è la necessità di produrre il nutrimento per ciascuno di noi. Questo ha avuto ripercussioni enormi sull’agricoltura. Dall’antichità al XVII secolo non ci sono stati grandi cambiamenti: la rotazione agricola, ovvero l’alternanza di diverse colture sullo stesso terreno, era il massimo della scienza applicata alla coltivazione di frutta e verdura.

Parallelamente alla rivoluzione industriale, nel XVIII secolo si è avuta anche una rivoluzione agricola, con la meccanizzazione delle lavorazioni. Dal XIX al XX secolo si è poi sviluppata enormemente la chimica applicata all’agricoltura. Fertilizzanti, diserbanti, prodotti contro gli insetti nocivi: la sicurezza dei raccolti è aumentata fortemente, con la loro introduzione. Della seconda parte del XX secolo è l’introduzione dell’ingegneria genetica (anche se incroci e selezioni di sementi sono antichi quanto l’uomo). Insieme a questo ulteriore passo avanti nell’applicazione della scienza alla coltivazione, si è avuta, in particolare nei paesi più sviluppati, una sorta di “rivoluzione verde”, che ha portato a ricercare modelli di sviluppo sostenibili a lungo termine, anche se la popolazione mondiale continuasse a crescere. Infine, negli ultimi decenni, c’è stato un forte risveglio della coscienza collettiva e un crescente interesse per i prodotti e i metodi tradizionali di produzione degli alimenti.

L'evoluzione (guidata dall'uomo) dal mais "naturale" a quello che coltiviamo oggi, secoli prima dell'ingegneria genetica. (immagine presa da qui)

L’evoluzione (guidata dall’uomo) dal mais “naturale” a quello che coltiviamo oggi, avvenuta secoli prima dell’ingegneria genetica. (immagine presa da qui)

In questo, come in molte altre manifestazioni del progresso umano, si sono create scuole di pensiero con fondamenti scientifici più o meno solidi.

Un principio cardine dello sviluppo sostenibile in agricoltura è quello di gestione del territorio a lungo termine. Questo vuol dire che l’attività umana non deve distruggere l’ambiente, ma gestirlo, traendone cibo e mantenendolo fertile e vivo. In questo contesto, l’agronomo e l’ecologo lavorano insieme: il primo studia come coltivare determinate specie in un certo luogo, il secondo come integrare la coltura nel contesto naturale. Di qui nasce il concetto di agroecologia, un ambito di studio in cui si intrecciano moltissimi aspetti, dalla gestione delle acque alla scelta delle colture, dalla sinergia tra campi coltivati e aree selvagge, dalla integrazione sociale tra coltivatore e mercato alla biologia e alla chimica per la difesa delle colture. I primi scritti di agroecologia risalgono a quasi 100 anni fa e ancora questa disciplina è “acerba”, in fermento ed evoluzione.

Ma noi consumatori, quando sui banchi del mercato vediamo “agricoltura biologica”, “agricoltura integrata”, “agricoltura biodinamica” o quant’altro, come dobbiamo comportarci? È una domanda difficile. Dietro a ciascuno di questi nomi ci sono una serie di pratiche (e spesso di leggi dello Stato) che guidano l’agricoltore nella sua attività.

L’agricoltura biologica è relativamente semplice da spiegare. Si tratta, sostanzialmente, di un tentativo (regolamentato da normative UE e dei vari Paesi) di contenere l’uso di sostanze chimiche in agricoltura. “Contenere” non significa “eliminare”: un certo numero di trattamenti sono comunque consentiti, come l’irrorazione con zolfo e poltiglia bordolese dei vigneti. Agricoltura biologica significa quindi che stiamo comprando un prodotto che ha subito dei trattamenti, ma secondo una normativa che ne definisce tipo e intensità.

Uva colpita dall'oidio: senza trattamento con zolfo, questa malattia distrugge il raccolto. Per questo, lo zolfo è consentito anche in agricoltura biologica. (foto presa da qui)

Uva colpita dall’oidio: senza trattamento con zolfo, questa malattia distrugge il raccolto. Per questo, lo zolfo è consentito anche in agricoltura biologica. (foto presa da qui)

L’agricoltura naturale è molto più integralista: in teoria, l’agricoltore si preoccupa soltanto di semina e raccolto. Non fa assolutamente nulla, nel mezzo. L’idea, nata in Giappone alcuni decenni fa, non ha avuto grande seguito: l’idea in sé è molto bella (e anche molto poco faticosa), ma la resa di questo tipo di agricoltura è decisamente bassa, per consentire ad un produttore di vendere efficacemente il suo prodotto sul mercato. Un’evoluzione dell’agricoltura naturale è l’agricoltura sinergica, che introduce alcune lavorazioni, ad esempio una parziale preparazione del terreno o l’irrigazione a goccia. Anche questa pratica, comunque, ha un impatto piuttosto limitato.

Molto più presente, sia sui media che sui mercati, è l’agricoltura biodinamica. Questa è una serie di pratiche abbastanza peculiare. nasce dagli studi di Rudolf Steiner, lo stesso dell’antroposofia e delle medicina omeopatica, che, da giovane, è stato agronomo brillante. Da una parte, si attuano tecniche riconosciute come valide e utili, come il sovescio (l’interramento delle piante morte a fine stagione) o il compostaggio per “restituire” alla terra le sostanze nutritive che hanno contribuito alla vegetazione degli anni precedenti, ma dall’altra si attuano pratiche che non possono essere definite che pseudoscientifiche. Due preparati molto usati in agricoltura biodinamica sono il “500” e il “501”. Il primo serve a rendere più fertile il terreno, il secondo a rendere più recettive le piante ai raggi solari. La preparazione è simile: si prende della silice (per il 501) o del letame (per il 500) e se ne riempie un corno di bue. Si seppellisce questo corno e lo si lascia sottoterra per sei mesi. A questo punto si estrae il letame (o la silice), lo si scioglie in un’enorme quantità d’acqua (con le tecniche tipiche dell’omeopatia, quindi pochi grammi in centinaia di litri) e si usa per irrorare il terreno. Ad oggi non esiste nessuno studio scientifico che dimostri l’efficacia di queste tecniche, almeno dal punto di vista alimentare, dal punto di vista sociale sembrano funzionare eccome.

Un concetto che, scientificamente, mi soddisfa molto di più è quello di agricoltura integrata. Il concetto alla base di questo è semplice da esprimere (e molto meno da realizzare): l’agricoltore dovrebbe creare un ecosistema il più possibile “chiuso” in cui le varie componenti dell’azienda agricola contribuiscono tutte insieme al mantenimento della fertilità del terreno, della biodiversità e della preservazione dagli insetti nocivi. Una tipica azienda di agricoltura integrata ha colture di diversi tipi di ortaggi, frutteti, allevamenti di animali che vengono nutriti con i prodotto vegetali dell’azienda e che a loro volta producono concimi, api, aree lasciate incolte. L’efficienza di produzione è naturalmente inferiore all’agricoltura intensiva, ma, almeno in linea di principio, questo approccio sembra quello più orientato verso quello “sviluppo sostenibile” di cui parliamo così spesso.

In fondo, in tutte queste definizioni, l’ideale sarebbe avere un fruttivendolo di cui poterci fidare, a prescindere dalle etichette.

 

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