Il mio esordio sul blog ha come tema la fisiologia animale e la botanica e, come avrete già intuito dal titolo, i protagonisti sono i piccoli felini domestici.

Immagino che vi starete chiedendo come mai torno a parlare di gatti: vi assicuro che non è solo per la passione e l’amore che mi legano a questi animali o per rimarcare l’epiteto affibbiatomi da Julien di “biofisica gattara”, ma perché  l’argomento è stato proposto da un ascoltatore, Igor, il primo che, rompendo gli indugi, mi ha scritto sulla posta personale ponendomi una domanda specifica. Ho pensato che fosse carino cominciare i miei interventi sul neoblog rispondendo alla prima domanda. Grazie ad Igor per avermi dato quindi la perfetta occasione di parlare di mici, che mi appassionano quanto la fisica, e grazie anche per il titolo del mio primo post, che ho rubato spudoratamente copiando  l’oggetto della sua mail.

Direi che ho già tergiversato troppo, quindi entro nel vivo dell’argomento.

Il comune identificativo di erba gatta o erba gattaia non è associato ad una sola pianta. Le principali “erbe gattaie”presenti in Italia sono quattro e i loro nomi scientifici sono: Nepeta cataria, Dactylis glomerata, Teucrium marum, Valeriana officinalis. La più famosa, per gli effetti eccitanti ed inebrianti che ha sui felini, è la Nepeta cataria, mentre la più comunemente venduta anche per l’utilizzo in appartamenti che ospitano gatti è la Dactylis glomerata (conosciuta anche come Pannocchina). Ma andiamo ad analizzarle con ordine ed una alla volta.

La Nepeta cataria è una pianta aromatica della famiglia Lamiaceae (famiglia delle mente). Dal punto di vista officinale è ben nota in quanto contiene un olio che è un potente repellente per gli insetti; ha anche proprietà antispastiche e veniva usata come sedativo, ma gli effetti sono blandi, almeno per quello che riguarda l’uomo. Questo motivo, insieme al sospetto di epatotossicità, ha fatto sì che se ne sia sconsigliato l’utilizzo per  l‘uomo. Gli effetti della Nepeta sono totalmente differenti sui felini, domestici o selvatici che siano. Il principio attivo contenuto nell’olio di questa pianta e responsabile dell’irresistibile attrazione che i gatti provano per essa, è il nepetalattone (nepetalactone in inglese).

Non solo i gatti ma anche i grandi felini come leoni, tigri, linci e leopardi possono essere sensibili a questa molecola, ma non tutti gli esemplari:  solo, per così dire, il 70-90% reagiscono alla sostanza. La sensibilità al nepetalattone è  ereditata da un gene autosomico dominante ed è quindi una caratteristica genetica (TODD N.B., 1962). I gattini non rispondono alla molecola almeno fino alle 6-8 settimane di vita e solo verso le 12 settimane  reagiscono come i gatti adulti. La via di assimilazione non è l’intestino ma l’organo vomeronasale:  per assumerla è indispensabile, quindi, che i gatti percepiscano l’odore della molecola. Il nepetalattone chimicamente è un terpene, che mima l’effetto dei ferormoni felini. È stato osservato che nell’urina dei gatti maschi, specie quando sono in amore, sono presenti sostanze ferormoniche simili in struttura ai nepetalattoni: per questo motivo i gatti reagiscono alla nepeta con comportamenti di natura sessuale. Sono possibili, però, anche delle vere e proprie allucinazioni, ma la sostanza comunque non genera dipendenza: se i gatti hanno la possibilità di avvicinarsi alla pianta lo fanno anche tutti i giorni, ma in assenza di essa non mostrano comportamenti tali da far sospettare che ne sentano la mancanza.

Un’altra erba psicoattiva per i gatti è la comune valeriana (Valeriana officinalis, appartenente alla famiglia delle Valerianaceae). In questo caso sono le radici ad attrarre i gatti. Tale pianta medicinale è stata utilizzata dall’uomo sin dall’antichità come sedativo, antispasmodico e blando narcotico, ma si trovano anche  riferimenti ad essa come erba gattaia già nei secoli scorsi. Sui gatti, però, non possiede le proprietà calmanti e narcotiche per cui è utilizzata dall’uomo, ma ha degli effetti opposti. Li risveglia e li stimola: molto utile, infatti, farla annusare a gatti un po’ apatici per dar loro una sferzata di vitalità;  è, inoltre, spesso utilizzata all’interno di giochi o tiragraffi per attirare i nostri felini domestici.  Il medico napoletano Raffaele Valieri riferiva già alla fine dell’ ’800 che “quando si spande per terra un sacco di valeriana è curioso e piacevole lo spettacolo che danno i gatti al solo avvicinarsi alla valeriana: vi si rotolano per di sopra, la inalano ripetutamente ed infine sono presi da tremito, si rizzano i peli, danno salti disordinati, fanno mille strambotti di sfrenata ebbrezza coreica e finalmente perdono li senzi e cadono in assopimento, restando per lunga pezza eccitati ed ebetiti. È questo un fenomeno di analogia, che si avvicina al tremito, alla ebbrezza, alla fantasia ed allo stordimento che produce l’haschish nell’uomo” (Valieri 1887, p. 16).

Un’altra nota “erba dei gatti” è il maro (Teucrium marum L.), anch’essa, come la Nepeta cataria, della famiglia delle Labiatae. Cresce spontanea in Corsica, Sardegna e nelle isole circostanti e si è inselvatichita sporadicamente in diverse località dell’Italia continentale, dove cresce negli orti.
Il nome scientifico deriva da Teucro, mitico re dei troiani, che secondo una leggenda avrebbe scoperto le virtù medicinali di questa pianta. Nell’antichità era usata come disinfettante e cicatrizzante sugli animali: l’aroma intenso infatti allontanava qualsiasi tipo d’insetto, rendendo più difficile l’insediamento di vermi nella ferita. I gatti ne sono molto attratti ed essa ha su di loro effetti eccitanti simili a quelli della nepeta, ma più blandi.
In passato venne utilizzata dall’uomo come espettorante nelle bronchiti, come decongestionante ed antispastico dell’apparato digerente, ma il Ministero della Sanità con un decreto del 1996 ha dichiarato questa pianta e tutte quelle della famiglia epatotossica per la presenza di diperteni neo-clerodanici e quindi sconsigliabile per trattamenti terapeutici.

L’ultima erba gattaia che prendiamo in analisi è la Dactylis glomerata, una specie erbacea della famiglia delle Poaceae (o Gramineae) ampiamente coltivata come pianta foraggera e conosciuta anche come erba mazzolina o pannocchina. I gatti amano mangiarla per pulirsi stomaco ed intestino, ma non sono i soli quadrupedi carnivori ad apprezzarla: anche i cani non la disdegnano. A differenza delle piante di cui ho parlato fino ad ora, questa non ha effetti psicoattivi, ma è importante per il benessere del gatto casalingo tenerne un vaso in casa o sul balcone per evitare che, spinto dall’istinto di mangiare erba, ingerisca piante che potrebbero essere tossiche. State tranquilli comunque che, potendo scegliere, i piccoli felini non mangeranno mai qualcosa di nocivo! Non è necessario utilizzare per forza questa varietà: di solito ai gatti piace anche l’avena o, comunque, più o meno qualunque tipo di graminacea è adatta allo scopo e gradita ai nostri amici.

Spero che questo mio piccolo compendio possa aver  fatto un po’ di chiarezza nella foresta oscura delle erbe amate dai gatti e aspetto i commenti di gattofili e no.

Passo e chiudo, per ora, citando le parole di Giorgio Samorini, ricercatore indipendente specializzato nell’etnobotanica (http://samorini.it/site/): “procurare al proprio amato gatto un’erba gattaia significa offrirgli la possibilità di rapportarsi con una pianta per lui ancestrale, di inebriarsi a suo piacere con una droga sana e naturale, senza il pericolo di indurre un’assuefazione cronica. Il rapporto dei gatti con le erbe gattaie è generalmente di tipo stagionale, in particolar modo primaverile, e questi felini non sono soggetti ad alcuna crisi di astinenza nei lunghi periodi dell’anno in cui queste piante sono per loro inefficaci.”

 

Riferimenti:

http://naldc.nal.usda.gov/download/3045/PDF, http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1480656/?tool=pmcentrez http://chemistry.about.com/od/medicalhealth/a/Nepetalactone-Chemistry.htm
BARRY DAVID, 2005, Catnip. The key chemical responsible for the herb’s frisk-inducing effects on felines is nepetalactone, Chemical Engineering News, vol. 83, n. 31, p. 39.
TODD N.B., 1962, Inheritance of the catnip response in domestic cats, Journal of Heredity, vol. 53, pp. 54-56
VALIERI RAFFAELE, 1887, Sulla canapa nostrana e suoi preparati in sostituzione della Cannabis indica, Tipografia dell’Unione, Napoli.
http://samorini.it/site/etologia-2/erbe-afrodisiache-gatti/
http://samorini.it/site/etologia-2/erbe-afrodisiache-gatti/erbe-gattaie-italia/

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