Nonostante le apparenze, il grande assente nella cosmogonia tolkieniana è proprio la magia, in particolare il termine “magic”. Questo infatti compare solo due volte nel Silmarillion, a testimonianza che le arti degli elfi non possono essere costrette in una parola dall’accezione paradossalmente così limitata.

Se esaminiamo Lo Hobbit, il termine “magic” compare 31 volte ma è utilizzato per descrivere – secondo la prospettiva di Bilbo – eventi per lui inspiegabili quali le caratteristiche dell’anello o le abilità di Gandalf e degli elfi di Mirkwood. Questi ultimi peraltro appartenevano ai Sindar, una stirpe che non raggiunse Valinor ai tempi delle vicende narrate nel Silmarillion e le cui capacità erano quindi più limitate rispetto a quelle di Noldor quali Feanor o Galadriel.

L’uso della parola “magic” da parte degli hobbit per descrivere concetti a loro incomprensibili è confermato da Gandalf stesso nel Signore degli Anelli (in cui il termine è presente appena 18 volte): “Magic rings as you call them”, dice riferendosi a Frodo. Analogamente, a Lorien,  Galadriel chiede a  Sam: “For this is what your folk would call magic, I believe; though I do not understand clearly what they mean; and they seem to use the same word of the deceits of the Enemy. But this, if you will, is the magic of Galadriel. Did you not say that you wished to see Elf-magic?”. [«E tu?», disse rivolgendosi a Sam. «Questo è ciò che la tua gente chiamerebbe magia, suppongo; non comprendo tuttavia ciò che intendono dire, poiché sembra che adoperino la stessa parola anche per gli inganni del Nemico. Comunque sia, codesta è, se vuoi, la magia di Galadriel. Non dicesti forse che desideravi vedere un po’ di magia elfica?» ]

A rimarcare la sagacia della Dama di Lothlorien, Galadriel sarà infatti poi definita con il dispregiativo “Mistress of Magic” da Faramir, che evidentemente non distingueva arti e abilità di elfi e di orchi (o meglio del loro padrone).

Galadriel ha quindi presente che deve utilizzare un linguaggio semplificato nell’interagire con il “simple folk” della Contea, perché altrimenti questi non avrebbero compreso i concetti e le proprietà degli oggetti che mostra o dona loro.

Una tale ampiezza di vedute non è però propria di tutta la elder race: infatti quando, poco dopo, Pippin chiede ad uno degli elfi che li stava equipaggiando “Are these magic cloaks?”, questo sembra far finta di non capire e gli risponde: “I do not know what you mean by that” [Sono questi dei mantelli magici?», domandò Pipino, guardandoli meravigliato. «Non so che cosa tu intenda dire», rispose il capo degli Elfi.] (1).

Il termine magic è però stato rimosso gradualmente, probabilmente a seguito di un ripensamento dell’Autore, che non riteneva appropriata la parola per descrivere i concetti che aveva in mente. L’aggettivo era infatti utilizzato comunemente nelle prime stesure delle storie di Valinor e del Beleriand (Canti del Beleriand – 83 volte: 0,05%; Beren e Luthien – 42 volte, 0,06%; La caduta di Gondolin – 29 volte, 0,03%). Era inoltre usato per descrivere arti ed artefatti sia in uso a Morgoth che a chi tentava di contrastarlo. É solo nelle successive riscritture che l’autore ha preferito abbandonare l’uso di questo termine per connotare le abilità di Valar, elfi e Oscuri Signori, relegandone piuttosto l’uso alla visione semplificata da parte del già citato simple folk della Terra di Mezzo.

(3) continua

(1) Questo è probabilmente l’elfo più  altezzoso e con la puzza sotto il naso che abbia mai camminato su tutta la Terra di Mezzo e Valinor. Probabilmente riesce a battere anche Feanor che in quanto a spocchia non era secondo a nessuno, almeno fino a che non è venuto questo qui (che certo non aveva le abilità del creatore dei Silmaril). 

Terzo di una serie:

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La scienza della Terra di Mezzo

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La statistica del linguaggio: cos’è la legge di Zipf