Qualche tempo fa in podcast abbiamo citato Anatoli Bugorski, scienziato russo sopravvissuto dopo che la sua testa è stata attraversata da un fascio di protoni ad alta energia: non senza conseguenze, come aver perso l’udito da un orecchio, ma è sopravvissuto contro le previsioni della maggior parte dei medici che lo hanno visitato dopo l’incidente. Non si tratta del caso più estremo di incidente che coinvolge la testa di un umano senza ucciderlo: alcuni, come quello di Phineas Gage, sono ancora più inquietanti. Gage, operaio durante la costruzione della ferrovia verso l’ovest degli Stati Uniti nel XIX secolo, ebbe la testa attraversata da una sbarra di ferro a causa di un’esplosione. Sopravvisse e guarì dopo aver perso una parte considerevole del cervello. Di tutti questi incidenti, il più curioso però è un altro, ed è quello occorso a Eadweard Muybridge.

Nato in Inghilterra ed emigrato negli Stati Uniti, Muybridge arrivò a San Francisco nel 1855, a 25 anni. Si dedicò alla vendita di libri, oltre a fare l’agente per un editore londinese, con un buon successo, e nel 1860 decise di tornare in Inghilterra per comprare libri antichi da rivendere in America. Erano gli stessi anni in cui Gage costruiva la ferrovia, che all’epoca era attiva solo sulla costa orientale, quindi Muybridge face la prima parte del viaggio in diligenza. Durante l’attraversamento del Texas, il mezzo su cui viaggiava ebbe un grave incidente: uno dei viaggiatori morì, molti rimasero feriti e Muybridge fu sbalzato fuori dalla cabina e subì un gravissimo trauma alla testa. Ebbe bisogno di oltre un anno di cure per riprendersi dai molti disturbi che il trauma aveva provocato, dalla visione sdoppiata, all’alterazione dei sensi di gusto e olfatto, a una generale confusione nel pensiero.

Una quindicina di anni fa il caso è stato riesaminato da uno scienziato dell’Università di Berkeley, che ha avanzato l’ipotesi che Muybridge avesse subito danni alla corteccia orbifrontale e ai lobi temporali, provocando gli “strani comportamenti” tipici delle lesioni a questa parte del cervello. Oltre a una certa “eccentricità”, il nostro protagonista si trovò ad avere una creatività e una disinibizione che prima non aveva mai sospettato. Ripresosi, infatti, non tornò dal fratello a San Francisco, ma riprese il viaggio per l’Europa, dove rimase per alcuni anni, non per comprare libri, ma per imparare a fare fotografie. All’epoca la fotografia era un’arte nuova e richiedeva una certa competenza scientifica, per preparare le emulsioni sensibili, un miscuglio chimico di vari sali da preparare, utilizzare e sviluppare in meno di un quarto d’ora. La tecnica del collodio umido era stata inventata nel 1851 e aveva sostituito il dagherrotipo, per il quale servivano sali di argento e vapori di mercurio, e sarebbe stata a sua volta superata negli anni Ottanta del XIX secolo.

Tornato nel 1867 a San Francisco, Muybridge era diventato un pioniere di questa nuova arte. Forte della sua attrezzatura fotografica iniziò a girare per gli Stati dell’ovest per fare fotografie che non perdono il loro fascino tutt’oggi.

La Vernal Fall nel parco di Yosemite, fotografata da Muybridge nel 1872.

La svolta della sua carriera avvenne nel 1872, quando Leland Stanford, allora Governatore della California, lo assunse per fare alcuni studi fotografici sui cavalli. Stanford era appassionato di cavalli da corsa e voleva capire meglio come l’animale si muove alle varie andature, soprattutto al galoppo. Quando galoppa, un cavallo colpisce il terreno con i piedi in tre tempi e poi ha un momento di sospensione in cui non ha nessun piede a contatto col terreno. L’immagine che gli artisti (e anche gli scienziati) avevano all’epoca di questo movimento era che i cavalli stessero in sospensione quando avevano le gambe in massima estensione, come si vede in molti dipinti fino alla metà del XIX secolo, per esempio ne “Il derby di Epsom” di Theodore Gericault, in copertina.

Muybridge, non avendo cineprese né “scatto in sequenza”, ideò un complesso sistema di macchine fotografiche che scattavano ciascuna una fotografia a intervalli regolari e molto ravvicinati, in modo da avere una serie di foto per il singolo movimento. Il risultato è una serie di immagini come questa:

Il galoppo di Sallie Gardner, fotografato da Muybridge nel 1878 con 12 macchine fotografiche.

E no. Il cavallo sta in sospensione quando ha le gambe raggruppate sotto il corpo, non quando le ha in estensione. Per secoli tutti erano stati convinti di una cosa sbagliata, ma che nessuno aveva mai avuto modo di “fissare” in modo tale da poterla studiare a tavolino. Muybridge fece molte serie di fotografie a cavalli e non solo, anche a bisonti, cani, elefanti, esseri umani. Dal punto di vista scientifico, questa innovazione è stata fondamentale: sostanzialmente aveva inventato lo “slow motion”, per studiare in dettaglio la dinamica di un essere vivente in movimento.

Per vedere queste “immagini in movimento”, però, occorreva un qualche artificio che ancora non c’era: i fratelli Lumière avrebbero proiettato il loro primo film nel 1895, ma già nel 1879 Muybridge aveva inventato un oggetto, battezzato “zoopraxiscopio”, in grado di mostrare una sequenza di immagini su un disco rotante, illuminato correttamente, dando l’illusione del movimento. Questo oggetto è considerato uno dei primi esempi di proiettore di immagini in movimento della storia.

Probabilmente è eccessivo dare il merito di tutta questa creatività all’incidente alla testa, ma sicuramente quello di Eadward Muybridge è un nome da ricordare… tra quelli che avevano il bernoccolo per la scienza.

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