In questo giorno, due anni fa, una delle menti più straordinarie della storia della matematica perdeva la vita in un incidente stradale nel New Jersey, al ritorno da un viaggio in Norvegia dove gli era stato conferito il prestigioso Abel Prize per i suoi “contributi eccezionali alla teoria delle equazioni differenziali parziali non lineari e alle sue applicazioni all’analisi geometrica”. Si trattava dell’ottantaseienne John Forbes Nash Jr., matematico ed economista americano, i cui contributi non si limitavano all’algebra differenziale, ma avevano rivoluzionato soprattutto la teoria dei giochi, ossia lo studio di quei modelli matematici che sottendono alle decisioni prese nell’interazione tra entità razionali e intelligenti (come si suppone siano gli umani). Il suo lavoro aveva trovato vaste applicazioni in diversi settori della ricerca, in particolare nell’economia, e per questo motivo gli era valso, nel 1994, il premio in memoria di Alfred Nobel per l’Economia.

Ma, anche grazie alla cultura cinematografica, John Nash viene probabilmente ricordato soprattutto per la condizione psichiatrica che cominciò a manifestare i suoi sintomi in modo evidente poco dopo i trent’anni e continuò a tormentarlo per i successivi trent’anni della sua vita: la schizofrenia paranoide, il tipo più comune di schizofrenia.

John Nash a un simposio sulla teoria dei giochi tenutosi a Colonia, in Germania
Crediti: Elke Wetzig, licenza CC BY-SA 3.0

Ma cos’è precisamente la schizofrenia? C’è una percezione poco chiara e spesso errata di questo disturbo psichiatrico, che porta a confonderla con altre malattie come il disturbo dissociativo dell’identità. Il nome, che significa “mente divisa”, può contribuire a fare confusione tra le due condizioni mentali, ma la divisione si riferisce piuttosto a una dissociazione dalla realtà. Gli individui affetti da schizofrenia possono mostrare una varietà di sintomi diversi: mentre deliri e allucinazioni (come quelle uditive di John Nash) predominano nella forma paranoide, nel tipo disorganizzato (detto anche ebefrenico) si notano disordine nel comportamento e nel modo di parlare associati a sentimenti di affettività carenti o nulli, e nel tipo catatonico sono prevalenti sintomi di tipo motorio come movimenti stereotipati, posture rigide, immobilismo e mutismo improvvisi.

 

Tutte queste forme di schizofrenia condividono un aspetto: viene compromesso il contatto del paziente con il mondo reale. Tale dissociazione può avvenire in modo cosiddetto “positivo”, con comportamenti assenti nella popolazione sana come le allucinazioni, i deliri, le manie di persecuzione e la disorganizzazione di comportamento e pensiero, oppure in modo “negativo”, mostrando carenze in reazioni emotive normalmente presenti; lo schizofrenico si presenterà dunque apatico, distratto, trascurato, privo di interessi e iniziative, riluttante a muoversi e a interagire con chiunque.

Oggi, circa l’1% della popolazione mondiale è affetto da una forma di schizofrenia. Si tratta di una patologia cronica, in quanto non esiste una cura universale, ma solo una serie di terapie farmacologiche personalizzate per gestirne i sintomi. La condizione si presenta frequentemente insieme ad alcuni disturbi della personalità (come il disturbo ossessivo-compulsivo), non guarisce mai del tutto, e può essere fortemente invalidante: la maggior parte dei pazienti, infatti, presenta difficoltà cognitive e trova pressoché impossibile condurre una vita normale, con rapporti interpersonali significativi e un lavoro stabile. La capacità decisionale, la memoria e la concentrazione sono spesso compromesse nel paziente schizofrenico, impedendo molte volte lo svolgimento di compiti anche semplici. L’entità degli eventi psicotici è infatti tale da richiedere spesso il ricovero ospedaliero. Nash fu ricoverato più volte tra il 1959 e il 1969, a causa dei suoi deliri paranoidi che (probabilmente a causa dell’influenza del maccartismo) lo vedevano vittima di cospirazioni cripto-comuniste. Tuttavia, nella schizofrenia paranoide spesso l’affettività e le capacità cognitive rimangono pressoché inalterate; anche se la malattia gli impediva di lavorare, il genio di Nash sopravvisse a quegli anni.

I criteri per la diagnosi della schizofrenia sono stati oggetto di una lunga discussione. Questo è in parte dovuto alla varietà delle sue manifestazioni, e in parte anche all’assenza di una causa specifica alla base della malattia. Piuttosto, sono stati evidenziati numerosi fattori di rischio. Vi è una forte componente ereditaria: la presenza di un familiare di primo grado che soffre del disturbo è indicativa di un rischio circa 6 volte maggiore di svilupparlo rispetto alla media della popolazione. Ma anche i fattori ambientali giocano un ruolo importante. Tra di essi possiamo elencare: eventi violenti e traumatici nel periodo che va fino all’adolescenza, crescere in un ambiente urbano, l’isolamento sociale, la discriminazione, la precarietà lavorativa e abitativa. Non è chiara, invece, l’associazione con l’uso di sostanze stupefacenti, ossia se la loro assunzione rappresenti effettivamente un fattore di rischio o piuttosto se i pazienti ne facciano uso nel tentativo di gestire il proprio disagio, per quanto in modo disfunzionale.

Immagini ottenute tramite risonanza magnetica funzionale e tomografia illustrano anomalie sottili, ma consistenti, nel cervello di gran parte dei pazienti affetti da schizofrenia, sia a livello di struttura, sia a livello di funzionamento. Un passo importante nel trattamento della schizofrenia è stato l’osservazione, confermata da studi di tomografia cerebrale, che il neurotrasmettitore dopamina, responsabile del senso di ricompensa, è fortemente legato all’intensità e alla frequenza degli episodi psicotici. Vi sono anche problemi a livello della ricezione di altri neurotrasmettitori, e una riduzione del volume di alcune parti del cervello, specialmente nella zona frontale e temporale, anche se non è chiaro se si presentino prima della malattia o durante il suo decorso.

Due sezioni ottenute tramite risonanza magnetica funzionale che mostrano una maggiore attività in alcune aree cerebrali in individui sani rispetto a pazienti schizofrenici durante lo svolgimento di un’attività che coinvolge la memoria di lavoro.
Immagine tratta dall’articolo di Kim, Matthews, Park – PLoS One (2010), “An event-related FMRI study of phonological verbal working memory in schizophrenia”. Licenza CC BY 2.5

I farmaci usati nella schizofrenia sono di diversi tipi, a seconda della forma, ma in genere si fa uso di una combinazione di farmaci sedativi (come l’Haldol) e di altri principi attivi che agiscono sui recettori della dopamina. Un intervento precoce è essenziale per l’esito del trattamento, ed è per questo che grandi sforzi sono dedicati allo sviluppo di tecniche che permettano di diagnosticare la malattia prima dell’esordio dei sintomi. La terapia cognitiva-comportamentale e il processo di riabilitazione lavorativa sono inoltre fondamentali; un’adeguata combinazione di questi interventi, in alcuni casi, può portare a una remissione più o meno prolungata dei sintomi.

Pare che lo stesso John Nash si sia ripreso dalla fase peggiore del suo male grazie all’Università di Princeton, dove nell’arco di due decenni avvenne la sua lenta ripresa. In capo a questo periodo, si trovò nella situazione quasi paradossale di essere presente nei libri di testo grazie ai suoi lavori di teoria dei giochi, ma pressoché sconosciuto ai suoi nuovi studenti. Dopo il premio Nobel, Nash continuò a studiare e a fare ricerca, in quanto, secondo le sue stesse parole, non si accontentava di essere ricordato per qualcosa fatto prima di ammalarsi.


Fonti:

American Psychiatric Association (2013), DSM-V

Per saperne di più sulla schizofrenia:
http://www.schizofrenia.net
http://www.snlg-iss.it/cms/files/p1_cittadino.pdf

Per saperne di più su John Nash:
http://www.ilpost.it/2015/05/25/john-nash/

Immagine di copertina: tessuto ricamato da un paziente schizofrenico (Immagine da cometstarmoon by flickr)

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