La presidenza Trump sta creando non poche preoccupazioni, in giro per il mondo, ma se è vero quello che diceva il comandante Marko Ramius: “una piccola rivoluzione ogni tanto è salutare”, da questo frangente storico possiamo anche imparare qualcosa. Un esempio ce lo danno due scienziati del Massachusetts Institute of Technology e due della University of Western Australia, che in un recentissimo articolo ci raccontano di come funzioni, nell’elettorato, la disinformazione portata avanti dai politici. In realtà, questo articolo è particolarmente prezioso al di fuori degli Stati Uniti, perché ci può far riflettere sulla nostra situazione senza tirare in ballo nessun nome nostrano, ciascuno può fare i paragoni che preferisce.

Lo studio si basa su due esperimenti sociali, condotti prima delle elezioni americane dello scorso anno. In entrambi i casi, a un gran numero di elettori americani sono state sottoposte affermazioni che Donald Trump ha dichiarato in campagna elettorale, alcune aderenti alla realtà e altre catalogate come “disinformazione”. Lo scopo primario era valutare quanto la paternità di queste affermazioni influisse sul giudizio di “veridicità” che i soggetti in esame davano per ciascuna di esse.

Il primo esperimento si è tenuto prima delle primarie in Iowa (penso che siamo tutti autorizzati a ignorare la posizione di questo Stato disperso nelle pianure del Mid-West): a un campione di circa 2000 elettori è stato sottoposto un insieme di affermazioni, tutte di Trump, in parte “fattuali” e in parte “inaccurate”, ed è stato chiesto loro di valutarle con un voto da 0 (completamente inaccurate) a 10 (assolutamente vere). Un esempio di affermazione inaccurata citato nell’articolo è (e qui vorrei esprimere stima per l’understatement nella parola “inaccurato”) “i vaccini causano autismo”, per farsi un’idea. Il campione di elettori è stato diviso in tre gruppi, democratici, repubblicani sostenitori di Trump e repubblicani ostili a Trump. Una parte delle affermazioni è stata attribuita a Trump, una parte è stata presentata senza attribuzione. Infine, al campione di elettori è stato spiegato in modo indipendente cosa fosse vero e cosa fosse falso ed è stato richiesto di ripetere il test una settimana dopo.

I risultati sono stati notevoli. In particolare, è emerso che (qui immaginiamo che le affermazioni sottoposte al campione fossero in buona parte ambigue, o almeno ce lo auguriamo) in media le affermazioni mendaci hanno ricevuto un voto pari a circa 3,5 e quelle veritiere un voto poco superiore a 7. Per le affermazioni senza attribuzione questi valori sono statisticamente compatibili, o quasi, per le tre popolazioni in cui è stato diviso il campione, mentre smette di esserlo per le affermazioni attribuite a Trump: le affermazioni mendaci ricevono un voto vicino a 6 da parte dei sostenitori di Trump, invariato a 3,5 per i repubblicani non sostenitori e ridotto a circa 3 per i democratici, e, analogamente, per le affermazioni veritiere si ha una crescita della fiducia da parte degli elettori di Trump di un mezzo punto e la discesa da parte dei democratici di un punto buono. In ultimo è stato valutato l’effetto dell’averci “meditato su” una settimana dopo aver ricevuto una spiegazione indipendente per ogni affermazione, che mettesse in luce la veridicità o la mendacità di ciascuna, e quello che è venuto fuori è che una buona fetta di elettori, dopo un tempo così breve, è incline a credere nuovamente a quello a cui credeva prima della spiegazione, nonostante subito dopo avesse cambiato idea.

Il secondo esperimento è stato effettuato nel luglio 2016 e, a differenza del primo, tutte le affermazioni sono state direttamente attribuite a Trump. I voti ricevuti dalle affermazioni, sia quelle veritiere che quelle mendaci, sono perfettamente compatibili con quello già visto nel primo esperimento, con una forte polarizzazione legata all’autore delle affermazioni stesse. Nuovamente è stata fornita una spiegazione, questa volta sia indipendente, che da fonti democratiche che da fonti repubblicane, alle affermazioni mendaci e nuovamente si è osservato un forte riassestamento “in direzione della verità”, sostanzialmente indipendente da quale fosse la fonte della spiegazione. Questo è stato presentato come inatteso, dagli autori dell’articolo.

In conclusione, questo studio ha mostrato come, almeno per l’elettorato statunitense, l’autore di una affermazione abbia un ruolo determinante nella percezione di veridicità che ha l’affermazione stessa, sia nei suoi elettori (facendo percepire la notizia come più veritiera) sia nei suoi avversari (facendola percepire come più mendace) e come questo bias si ripresenti a distanza di pochi giorni anche dopo aver dato una spiegazione oggettiva che mostri come alcune affermazioni sono davvero disinformazione. Infine, al campione è stato chiesto se intendesse confermare l’intenzione di voto dichiarata prima del test, e, nonostante la dimostrazione che molte affermazioni di Trump erano mendaci, non si è registrato un significativo spostamento nel campo elettorale.

La considerazione finale dell’articolo è perfetta: “Comprendere la popolarità di Trump, nonostante il grado di disinformazione che gli è stato attribuito, è un interessante oggetto di studio nella politica americana. Tuttavia, non è chiaro fino a che punto i risultati di questi esperimenti siano di fatto un “fenomeno Trump”. Anche se lui è forse un buon candidato per lo studio della disinformazione, questa è un fenomeno diffuso nell’arena politica.”… e qui possiamo chiederci fino a che punto siamo inclini a credere (o a non credere) a una affermazione a seconda di chi la pronunci, piuttosto che in base a quello che effettivamente esprime.

 


Immagine di copertina: cbies by Shutterstock

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