“Mai uno Stato ragionevole potrebbe sopravvivere con l’uso dell’hashish. Non plasma né guerrieri né cittadini. Infatti non è consentito all’uomo, pena la decadenza e la morte intellettuale, alterare le condizioni primordiali della propria esistenza e rompere l’equilibrio tra le sue facoltà e l’ambiente che lo circonda. Se esistesse un governo che avesse interesse a corrompere i suoi sudditi, non dovrebbe far altro che incoraggiare l’uso dell’hashish.” Charles Baudelaire, che di droghe se ne intendeva, nei suoi “Paradisi Artificiali” stronca l’uso di stupefacenti senza esitazioni. Alcune sostanze, che oggi consideriamo droghe pericolose, però, hanno una storia strana, legata a doppio filo con medicinali che usiamo spesso e con la massima naturalezza.

Questa storia, di due sorelle molto diverse, inizia parecchi secoli fa. Già gli antichi Greci conoscevano le doti della corteccia del salice come antidolorifico, rimedio per la febbre e per i malanni da raffreddamento. Qualche riferimento, anche molto più antico, si può trovare in diverse altre culture, ma il primo a citarla senza ambiguità fu Erodoto, nel V secolo A.C.. Dalla metà del 1700 la medicina “moderna” aveva identificato nell’acido salicilico, una sostanza contenuta nella corteccia del salice, appunto, le proprietà curative che dicevamo. L’acido salicilico, però, è mal tollerato dall’organismo, in particolare fa venire mal di stomaco, mentre cura febbre e raffreddore.

A metà del XIX secolo un chimico francese, Charles Frédéric Gerhardt, sintetizzò l’acido acetilsalicilico, ma non riuscì ad ottenere un composto abbastanza puro e stabile da farne alcunché, quindi la gente continuò a curarsi con l’acido salicilico puro. Il 10 agosto 1897, un chimico tedesco, Felix Hoffmann, pieno di amor filiale per l’anziano padre che, curandosi i reumatismi, pativa le pene dell’inferno per la gastrite, ideò un metodo industriale per l’acetilazione dell’acido salicilico, scoprendo che, in questa nuova forma, si avevano gli stessi benefici e meno effetti collaterali. Hoffmann si guadagnò l’amore del padre e la riconoscenza della Bayer, per cui lavorava, che brevettò il nuovo prodotto con un nome piuttosto noto, Aspirina.

Hoffmann

Il faccione di Hoffmann esprime soddisfazione dopo la scoperta dell’Aspirina (foto Wikimedia).

L’acetilazione dei principi attivi sembrava davvero un’ottima idea, per cui Hoffmann  decise di provarla su un po’ di altre sostanze. Il 21 agosto 1897, dopo soli undici giorni dalla nascita della “figlia nobile”, Hoffmann diede alla luce una nuova sostanza che sarebbe diventata estremamente famosa, l’acetato di morfina. La morfina, estratta dal papavero da oppio, era usata come anestetico e come analgesico, ed era estremamente efficace, ma piuttosto lenta ad agire: inoltre, la sua “finestra terapeutica”, ovvero la differenza tra il minimo dosaggio che avesse un qualche effetto e il massimo dosaggio prima che provocasse danni al paziente, era molto stretta. L’acetato di morfina era molto più rapido e molto più potente della morfina, un qualcosa di mai visto prima. Fu chiamato eroina e uno dei suoi primi usi fu la cura della tossicodipendenza da morfina.

Ad oggi l’eroina è considerata, almeno nei paesi occidentali, la sostanza d’abuso più dannosa, per i rischi di morte legati all’overdose, per la fortissima assuefazione fisica che dà, per l’impatto sulla società che gli eroinomani esercitano. Quando fu immessa sul mercato, nessuno avrebbe sospettato che questa “sorella minore” dell’Aspirina potesse rivelarsi così malvagia. La ricerca scientifica, in questo caso come molti altri, quando arriva ad una nuova scoperta non sa e non può sapere cosa ne verrà fuori: è facile, a posteriori, condannare una scoperta perché “dannosa”, ma la scienza non può aver colpa di come le sue scoperte vengono utilizzate da chi scienziato non è.