Mercoledì discuto la mia tesi di dottorato in Medicina e terapia sperimentale. Dopo una laurea in Biotecnologie Molecolari. E da contorno a questo periodo non propriamente tranquillo sento dichiarazioni di ministri, sottosegretari e pseudopolitici che mi lasciano senza parole.

Si sostiene che chi fa ricerca sia uno studioso altamente qualificato, e quindi non degno di un sussidio di disoccupazione al termine del contratto come assegnista di ricerca. Questa teoria ovviamente vale solo per l’Italia, perché ai colleghi europei al termine di qualsiasi contratto di ricerca un sussidio è garantito.

Io ci ho provato, davvero, mi sono impegnata, ho passato 4 anni della mia vita con una “borsa di studio” di 1035 euro al mese il primo anno, che lungi dall’essere aumentata, è stata al contrario progressivamente ridotta a 1020 l’ultimo anno per aumento di non si sa bene quale tassa. Facendo altri lavori per poter pagare affitto, macchina, hobby e vacanze.

Se avessi fatto un dottorato in qualsiasi altro paese europeo (esclusa la Polonia) avrei preso uno stipendio più alto e in molti di essi, al termine del dottorato, mi sarebbe stata riconosciuta un’indennità di disoccupazione.

Non sono stata una studentessa in questi 4 anni di dottorato, di “corsi” ne ho fatti ben pochi, di ricerca ne ho fatta tanta. Ho passato sabati e domeniche in laboratorio perché gli esperimenti lo richiedevano, non perché non avessi di meglio da fare. Non so cosa sia una tredicesima, e i contributi versati all’INPS in gestione separata probabilmente non li vedrò mai sotto forma di pensione o qualsiasi altra forma. E questa non è solo la mia storia, ma è anche quella di molti altri dottorandi o assegnisti di ricerca, che costituiscono la vera forza lavoro della ricerca italiana e che spesso lavorano anche per chi con un posto da ricercatore o da professore i benefit li ha tutti.

Ma a differenza di quello che si potrebbe pensare leggendo queste righe, se potessi tornare indietro rifarei il dottorato, probabilmente penserete che non sono sana di mente, ma lo rifarei perché ho fatto il lavoro che mi piaceva e ogni giorno mi sono alzata felice di andare in laboratorio.

I problemi seri per chi vuole fare ricerca in Italia, infatti, cominciano dopo il dottorato.

Spesso si parla di fuga dei cervelli, tra le cause, sicuramente c'è il migliore trattamento dei precari all'estero (immagine da Flickr).

Spesso si parla di fuga dei cervelli, tra le cause, sicuramente c’è il migliore trattamento dei precari all’estero (immagine da Flickr).

Il destino di chi fa ricerca è vivere di borse, di assegni di ricerca o di pseudocontratti della durata media di 1 anno, al cui termine non si sa mai quale sia il proprio destino, e se anche ci fosse un nuovo contratto non è mai pronto subito, e quindi i periodi non retribuiti ci sono sempre, ma spesso corrispondono al continuare a lavorare gratis in laboratorio per amore del proprio lavoro, ovviamente senza alcun tipo di sussidio.

I posti da ricercatore, pur sempre a tempo determinato, sono pochi, sempre meno, e sono già assegnati a chi aspetta il proprio turno per anzianità nei vari istituti. Quindi il mio futuro da mercoledì in poi sarebbe tra 2 o 3 mesi trovare un assegno di ricerca, se tutto va bene per un anno, poi fare qualche mese di disoccupazione, senza sussidi, e poi, forse, trovare un’altra borsa. E tutto questo per anni e anni.

Ci lamentiamo della fuga dei cervelli, ma realmente con questo panorama che cosa dovrebbe fare chi sa di avere i titoli, la voglia di lavorare e la competenza?

Tra un mese inizio a lavorare in Svizzera.

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